Zip line, colibrì e ponti sospesi a Monteverde, Costa Rica. Come trasformarsi in Superman e Tarzan

Il ragazzo di fronte a me — forse appena maggiorenne, apparentemente un po’ insicuro — inizia a strattonarmi.
Mi afferra per una bretella ed inizia a scuotermi. Poi fa lo stesso con l’altra, in cerca di conferme.
Lo sovrasto di una ventina di centimetri e, squadrandolo per bene dall’alto verso il basso, comincio anch’io a cercare di diradare le mie perplessità.
Mi shakera ancora e, a quel punto, il suo sguardo si fa più sicuro — se sia per via dell’incoscienza o di una reale competenza, stento a capirlo.
“¿Estás seguro?”, lo fisso negli occhi e gli chiedo con fermezza.
Seguro, don’t worry Superman”, e mi dà una confortante pacca sulla spalla.
Nel mentre, il collega, sulla quarantina e dalle movenze decisamente più sicure e spedite, ha già impacchettato tre o quattro ospiti del parco.
Lascia i successivi in attesa per trenta secondi, giusto il tempo di raggiungermi, dare una stretta alle fibbie del mio gilet salvavita all’ultima moda e comunicare un micro-feedback di poche incomprensibili parole al mio giovane amico.
Tante volte, per infonder sicurezza in un tirocinante un po’ titubante, si suol dire “non salviamo vite umane” o, ancor più calzante, “tranquillo, se sbagli non muore nessuno”.
Non è questo il caso.

Sono arrivato a Monteverde il giorno prima, nel primo pomeriggio, partendo in mattinata dal Vulcano Arenal.
È uno spostamento abbastanza tipico per chi viaggia nel nord del Costa Rica, un paese in cui è meglio abbandonare l’abitudine di misurare le distanze in chilometri, optando piuttosto per ore e minuti e, quindi, sacrificando le convenzioni scientifiche sull’altare della praticità.
In un semplice ma efficace esempio: i 25 km che in linea d’aria separano le due località corrispondono a 120 km di strada che, a loro volta, possono esser percorsi in circa 3 ore e mezza — quattro ore, se si inserisce una rigenerante pausa caffè (che qui è eccezionale) con vista sulla giungla.
La mia Daihatsu Bego 4×4 a noleggio — onnipresente da queste parti, un vero must per i viaggiatori on the road in Costa Rica — se l’è cavata bene, ad ogni modo.

Un bello scorcio nella strada che, dal Vulcano Arenal, conduce a Monteverde 🌳🇨🇷


Vengo accolto da Sofía che, assieme al marito e alla famiglia, gestisce i bungalow del complesso Cabañas Bosques de Paz, poi rinominato come Hotel Flor de Bromelia.
Mi indica un parcheggio e, portando avanti le classiche procedure per il check-in, mi parla un po’ delle attività caratteristiche di Monteverde.
«Allora Daniele, potrebbero senz’altro piacerti le visite alle piantagioni di canna da zucchero, di caffè e di cacao. Nei tour, mostrano tutto il processo, dalla coltivazione fino al prodotto finito».
«Perfetto, voglio visitarle, senz’altro».
«Ottimo. In giornata, pensa a quando ti va di andare, così faccio un colpo di telefono a Don Juan — una rinomata azienda del luogo — e ti organizzo il tutto».
«Bene, grazie! E invece, cosa mi sai dire dei canopy tour? So che ce ne sono molti qui. Vorrei assolutamente provare una zip line». In sostanza, le sto dicendo che vorrei provar l’ebrezza di restare appeso ad un moschettone, due o trecento metri a strapiombo sulla giungla, passando da un albero all’altro mentre indosso un’imbracatura di sicurezza.
«Sì, è vero, ce ne sono parecchie. Il migliore è il Selvatura Park. Hanno un percorso con 15 piattaforme. Puoi anche fare il superman».
«Il superman?».
«Sì, te lo spiegheranno quando sarai arrivato. Quando vuoi andare?».
«Domani».

Uno dei cebi cappuccini residenti
nel complesso ricettivo 🐒🇨🇷

Mi sveglio la mattina successiva intorno alle 5:30.
Inizia a vedersi un po’ di luce crepuscolare. Mi giro nel letto che, al posto della testiera, ha una spettacolare vetrata che dà sulla giungla.
Sono stato fortunato: il mio lodge, ad un centinaio di metri dalla reception, è il migliore di tutto il complesso.
Ancora assonnato, mi alzo e vado verso l’angolo cucina. Aziono la macchina per il caffè, per poi sorseggiare con calma la mia tazzona di black coffee, aspettando le prime luci dell’alba che non tardano ad arrivare.
È uno degli attimi di più profonda serenità che abbia mai vissuto, in perfetto contrasto con il programma della mattinata che, tra poche ore, mi vedrà impegnato in attività ben più adrenaliniche.
Mi godo il momento e, una mezz’oretta dopo, sono al tavolo della colazione nel patio, in compagnia dell’amichevole famiglia di ticos — come benevolmente sono soliti definirsi i costaricensi — che mi ospita. Graditi intrusi, una dozzina di cebi cappuccini che mi osservano curiosi dai rami degli alti alberi circostanti.

«Vivono qui da anni. Sono un gruppo di circa 25 scimmiette. Ho dato un nome a ciascuna di loro», mi dice il sorridente e vispo abuelito, il nonno.
«E se li ricorda tutti?», domando interessato.
Mi fa di sì con un cenno del capo, tutto fiero e soddisfatto.
Resterei volentieri a far due chiacchiere, ma il pulmino del Selvatura Park sarà qui tra 15 minuti.
Finisco rapidamente ciò che rimane della mia colazione, a base di frutta deliziosa, pancakes e, naturalmente, caffè.
Giusto il tempo di tornare in camera, lavare i denti e prendere zaino e K-Way.
Sono pronto.

«È la prima volta che fai la zipline? Di dove sei?», mi domanda con voce squillante e a ritmo sostenuto la mia vicina di posto, 30 secondi dopo la partenza dalla reception.
«Sì, è la prima volta. È una di quelle attività che ho inserito nella lista delle cose da fare in questo viaggio, quando sono partito da Roma. Sono Daniele, e tu?».
«Io sono Xus, e lui è Nando. Siamo di Benidorm, vicino ad Alicante, in Spagna», e nel mentre sbuca un ragazzo mio coetaneo alle sue spalle, sorridente e con il viso ancora assonnato.
Iniziamo a chiacchierare mentre, in una ventina di minuti, siamo all’ingresso del parco.
La giornata è piuttosto nuvolosa, con il cielo che non promette nulla di buono.
«Hai sentito che qui possiamo fare il superman?», mi chiede entusiasta Nando.
«Sì, anche se non ho ben capito cosa sia…». A questo punto, inizio ad esser curioso.
Entriamo nella hall. È abbastanza affollata, nonostante siano solo le 8 del mattino, ma la fila scorre e non ci sono schiamazzi eccessivi, salvo qualche bambino emozionato all’idea della giornata che è in procinto di iniziare.
Arriva il mio turno in cassa ed opto per un abbondante pacchetto: butterfly garden, ponti sospesi, zipline — o canopy tour, come preferite — e, chiaramente, l’ormai celeberrimo superman.
Quest’ultimo per soli 10 dollari in più, in aggiunta ai 100 — dollaro più, dollaro meno — che gli sto lasciando.
La cassiera mi invita ad iniziare con giardini e ponti sospesi, per poi tornare all’entrata un paio d’ore dopo per affrontare il canopy.

Giro attorno all’edificio e mi immergo nella natura.
Ogni tanto, cade qualche goccia dal cielo, ma il tempo sta reggendo, almeno per ora.
Faccio due passi lungo un sentiero e, pochi metri dopo, mi ritrovo di fronte ad un cancelletto che recita “Butterfly garden”, il giardino delle farfalle.
In effetti, qui in Costa Rica ne ho viste di enormi e coloratissime, e non è raro che alcuni caffè lungo le strade a lunga percorrenza abbiano un giardino sul retro a loro dedicato, con accesso libero per i viaggiatori.
In realtà, di farfalle — magari, complici le condizioni meteorologiche, non so — ne vedo ben poche.
A catturare la mia attenzione sono, invece, dei ronzii. Sembrano quasi dei mosconi, ma il rumore è meno costante, quasi intermittente. Un istante sembra scemare, per poi riprendere in maniera improvvisa.
Appese ad alcune strutture metalliche, noto delle boccette a forma di lampadina piene d’acqua leggermente ambrata, con alla base dei piccoli fori contornati da alcuni petali gialli stilizzati.
Passano pochi secondi, il rumore si fa più intenso e, finalmente, ecco i responsabili: un colibrì, un altro, e poi un terzo si accalcano attorno ai contenitori per dissetarsi. In pochi secondi, sono circondato.
L’impressione è quella di avere a che fare con degli uccelli psicopatici. Bellissimi, ma pazzi.
Si muovono in linea retta percorrendo un metro o due; interrompono il volo, restando in aria nello stesso punto giusto per qualche decimo di secondo, pronti a cambiar direzione.
Se si è pazienti e fortunati, si riesce a far qualche foto nitida, così da catturare il loro brillante — e fluorescente, aggiungerei — piumaggio.
Inutile, senza un’attrezzatura fotografica più che valida, illudersi e sperare di immortalare il momento perfetto: il movimento delle loro ali è troppo rapido, raggiungendo senza troppi affanni i 90 battiti al secondo.
Mi accontento di qualche foto-ricordo e riprendo in modalità video qualche frammento di questo bel momento, per poi metter via il telefono. Dedico particolare attenzione al mio preferito tra tutti, un colibrì nero corvino con dei dettagli di un marcato azzurro iridescente sul capo.

VIDEO — I colibrì dell’Hummingbird Garden, nel Selvatura Park di Monteverde 🦜🇨🇷


Il livello di adrenalina sale quando passo ai ponti sospesi.
Sì, sono realmente sospesi; no, non sono in corda e legno, bensì in metallo.
Sono 8 in tutto, per una lunghezza totale di poco più di 3 chilometri, alternati sapientemente da sentieri nella giungla.
Il ponte più elevato si trova a 170 metri di altezza rispetto alla natura sottostante, ma a contribuire in massima misura alla sensazione di vuoto è il solo metro e mezzo di larghezza della pedana alla base.
Il codice di comportamento impone di non correre, non saltare e non oscillare — specificazione necessaria, essendo la mamma dei cretini sempre incinta.

Facendo due passi tra i ponti sospesi del Selvatura Park di Monteverde 🌉🌳🇨🇷


La sensazione in questo bel percorso è di massima tranquillità. Un contatto con la natura che merita di esser vissuto, mentre il grosso dei visitatori è alle prese con cavi e moschettoni della zipline.
D’altra parte, inutile negare che il canopy sia l’attrazione principale del parco e, più in generale, di tutta Monteverde. Un po’ a malincuore, ma con la voglia di saltare da un albero all’altro, mi reco verso l’entrata.

«Allarga le gambe», «Alza la gamba destra», «Ok, ora la sinistra».
L’addetto mi sta preparando, aggiustando l’imbracatura che cinge aderente i miei fianchi e le mie cosce.
«Abbassati un po’», e mi incorona con un elmetto arancione traforato.
«Avevi richiesto la videocamera da mettere sul casco?», mi domanda.
«No, ho la mia GoPro, ma grazie».
«Avevi richiesto il superman?».
«Sì sì, assolutamente sì!», e gli allungo il ticket consegnatomi in cassa e custodito a costo della vita tra ponti sospesi e colibrì.
«Mi dispiace, però non ho l’attrezzatura per il superman, in questo momento», e me lo dice come se fosse una semplice pratica respinta, anziché un tassello fondamentale per erigere il mio viaggio in Costa Rica allo status di trasferta leggendaria.
«Come no?!», chiedo in maniera gentile — il ragazzo sta lavorando e, comunque, non è colpa sua — ma con evidente dispiacere.
«No, ma non ti preoccupare: basta che tieni il talloncino e, andando in cassa, ti restituiscono i 10 dollari…», prova a confortarmi.
«Ti prego, non è per i 10 dollari. Non posso non fare il superman. È fondamentale… — fino a due ore prima non sapevo neanche cosa fosse — Ma poi, in che senso non hai l’attrezzatura?».
«Per fare il superman, serve un’imbracatura a parte. Facciamo una cosa: aspetta qui con me per qualche minuto, mentre preparo gli altri clienti. Magari, nel frattempo torna qualche persona e mi riporta l’attrezzatura».
Divento istantaneamente pluri-religioso, per massimizzare le speranze che qualcuno ascolti le mie preghiere. E vengo ascoltato, trattandosi di un piano semplice ma perfetto.
Poco dopo, il ragazzo mi sorride soddisfatto e mi carica sulle spalle un inguardabile zaino viola — pieno di ferraglia, a giudicar dal suono — che peserà una decina di chili.
Me ne vado soddisfatto ed inizio il canopy tour.

Canopy tour — Dietro le quinte 👷🏽‍♂️🇨🇷


Gli istruttori raccolgono un gruppo di circa venti persone e, una volta raggiunto il silenzio, il più esperto di loro inizia a spiegarci come spostarci tra un albero e l’altro.
Ingenuamente, pensavo fosse sufficiente attaccare il moschettone al cavo metallico che unisce ogni piattaforma alla successiva, aspettando che il collaudato mix di pendenza e gravità si occupasse del resto.
Invece no. Per esempio, una volta in sospeso, è fondamentale descrivere un cerchio attorno al cavo d’acciaio unendo pollice ed indice, altrimenti si finisce per avvitarsi su se stessi, rotando vorticosamente fino all’arrivo alla piattaforma successiva — indicazione che spiega la motivazione degli imbottiti guanti in materiale tecnico e spessa pelle scamosciata che fanno parte dell’outfit odierno.
Al tempo stesso, è anche necessario che, rispetto al senso di marcia, le dita siano dietro al moschettone, e non davanti — se non fosse già ovvio di suo, il gancio finirebbe per tranciare la mano, in caso contrario. Un’esperienza non idilliaca, immagino.
Altre due dritte dal nostro esperto, qualche ultimo avvertimento, un paio di tentativi su qualche cavo di breve lunghezza e sono pronto.
Inizia a piovere, ma nella fitta vegetazione non ci faccio neanche troppo caso.


Il tour procede in maniera incalzante, ed ogni nuovo step regala più adrenalina rispetto al precedente: maggiore inclinazione, maggior lunghezza, maggiore altezza.
Il tutto per 3 chilometri e mezzo di cavi.
Arrivati ormai verso la fine, camminando in fila indiana, ogni componente del gruppo si trova di fronte ad un cartello posto nel mezzo di un bivio: Tarzan o non Tarzan?
Di fronte a questo dubbio amletico di shakespeariana matrice, capisco che qualcosa mi sfugge — di nuovo.
Cerco con lo sguardo uno degli istruttori. Lo trovo e chiedo una rapida delucidazione, mentre tre quarti del team si recano verso il sentiero non Tarzan.
Chi sceglie di fare il Tarzan, deve per prima cosa salire una scala metallica, indispensabile per raggiungere la sommità di una piattaforma alta 30 metri. Un palazzo di otto o nove piani, insomma.
Da lì, mentre il resto del gruppo osserva con sadismo dal basso, un istruttore aggancia il moschettone — e, quindi, l’imbracatura — ad un gancio posto all’estremità di una corda, legata a sua volta ad un supporto distanziato dalla piattaforma.
Ci sono tutti gli ingredienti necessari per andare in scena con un esperimento sul moto del pendolo.
La pressione sociale aiuta a sconfiggere le titubanze che emergono in quegli interminabili secondi d’attesa, durante i quali ci si chiede se ci sia la vita dopo la morte, mentre si procede con la ricerca incessante di qualche pozza di sangue ormai asciutta sul terreno sottostante.
Attendo il mio turno. Il moschettone è ormai agganciato. Guardo l’istruttore, aspettando il suo ok.
Mi butto, e per il primo secondo non sento nulla, se non la sensazione del vuoto totale in cui mi trovo. A quel punto, la corda, via via più tesa, raggiunge la massima estensione e mi coinvolge in un andamento oscillatorio che mi travolge. Tarzan e la liana, per l’appunto.
Mi allontano dalla piattaforma e poi torno indietro; riprendo a distanziarmi e, ancora, mi riavvicino.
Resterei così per ore, mentre poco a poco la velocità si riduce, e così anche l’effetto adrenalinico di questo momento. Inizio a trascorrere più tempo in prossimità del suolo.
L’istruttore colpisce le mie gambe a mani aperte all’altezza delle tibie, così da rallentarmi, bloccarmi, liberarmi dalla liana e procedere con la prossima vittima.

A questo punto, dopo un paio di altre piattaforme, ecco l’ormai celeberrimo superman.
Nuovamente, si tratta di un cavo in acciaio, ma stavolta della lunghezza record di un chilometro.
Il ragazzo mi chiede di passargli lo zaino ed io eseguo.
Lo apre e tira fuori una sorta di telo sintetico rettangolare, con il quale rivestirmi in stile fagotto.
Lega le cinghie, sistema il moschettone ormai alle mie spalle e, dopo un check dell’istruttore, sono pronto. Salgo sulla piattaforma, mi sdraio a pancia in giù e, a questo punto, oscillo a venti centimetri dal pavimento.
L’istruttore mi afferra, mi porta indietro per prendere una breve rincorsa e, poi, mi lascia andare.
Guardo in avanti ed inizio a sentire il vento sulle mie guance, in pieno stile Superman, mentre la velocità aumenta sensibilmente e con essa il sibilo generato dal moschettone che corre lungo il cavo.
Abbasso il capo e sono a faccia in giù, con gli alberi che appaiono sempre più piccoli, mentre ormai dovrei essere a circa duecento metri d’altezza rispetto al suolo.
Per un istante, penso che la mia vita è appesa ad un mucchietto di legacci, fibbie, ganci e cuciture, in questo momento.
Non me ne preoccupo più di tanto e, nei mille metri che separano le due piattaforme, ho tutto il tempo di godermi l’ennesimo assaggio di pura vida.

Il video del superman, ripreso con la mia GoPro 🦸🏽‍♂️🇨🇷

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

  • il nome della struttura ricettiva è Hotel Flor de Bromelia, del quale riporto il sito Internet
  • il parco in cui ho svolto il canopy tour, che consiglio fortemente, è il Selvatura Park, che potrete trovare facendo click qui
  • l’abbigliamento consigliato per un canopy tour è quello da escursione, con pantalone lungo e comodo, scarpe da trekking e classico K-Way, preziosissimo in caso di pioggia
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8 Comments on “Zip line, colibrì e ponti sospesi a Monteverde, Costa Rica. Come trasformarsi in Superman e Tarzan”

      • Io soffro di vertigini e non so se ce la farei ad appendermi nel vuoto! 😛 Comunque il tuo articolo mi ha fatto sorridere e ricordare la sensazione di quando sei dall’altra parte del mondo e decidi di fare esperienze estreme (vedi mio articolo sulla miniera in Bolivia)…e, quando inizi a farti domande sulla sicurezza e affidabilità, ormai ci sei dentro fino al collo! #noescape

        Piace a 1 persona

      • Sei stata in miniera? Bellissimo. Lo leggerò stamattina stessa 💪🏽
        Comunque, la sensazione di vuoto è molto forte, principalmente durante questo benedetto “superman”. Non è molto indicato per chi soffre di vertigini, confermo 😁
        D’altra parte, se ci si fanno troppe domande mentre si è in viaggio, si finisce per non concluder nulla, no? 😉

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