Kirkenes, Finnmark orientale. Come si scrive “Norvegia” in cirillico?

Sono di fronte alla rampa di uscita della nave, il famoso postale dei fiordi Hurtigruten.
La pesante e voluminosa porta che ci separa dall’esterno è presa d’assalto da decine di naviganti.
Come se la terraferma — ferma, per l’appunto — potesse andare da qualche parte, per di più di domenica mattina.
Si inizia a sparger la voce, forse partita da qualche membro dell’equipaggio, che fuori stia piovendo. Indosso il mio K-Way color verde torba — compagno di viaggio immancabile quando si visitano certe latitudini in estate — ed inizio a caricarmi come un mulo, con backpack sulla schiena, zaino sul petto ed in mano, impacchettato alla meno-peggio, un plico contenente la pergamena che attesta la mia visita a Capo Nord del giorno prima.
Dovrei esser pronto, ed ormai ci siamo. I capifila iniziano a defluire. Mi perdo la cerimonia di premiazione dei primi tre classificati, a cui faccio solo ora i miei complimenti, ed avverto subito delle goccioline di pioggia atterrare sulla mia testa.
Mi guardo intorno, sul desolato piazzale che sto attraversando, e cerco di capire in quale direzione andare, non appena varcato il cancello del porticciolo.
Prelevo l’iPhone dalla tasca, mi riparo per qualche istante sotto la striminzita tettoia di un negozietto di souvenir e, data un’occhiata alla mappa, decido di incamminarmi.
Intorno a me, qualche casetta a schiera con giardini antistanti pieni di alberelli spelacchiati e tetti a spiovere, fondamentali da queste parti.
Faccio un paio di foto, per poi metter via il telefono e procedere a dita incrociate.
La lieve pendenza mi porta — spero — verso l’hotel, che dovrebbe essere ad un paio di chilometri da qui.
Finalmente, compare qualche indicazione. È riportata anche in caratteri cirillici.
Sono felice di esser qui, seppur inizialmente perplesso. Ma dove sono finito?

VIDEO — Il mio arrivo a Kirkenes, appena sceso dal postale dei fiordi 🚢 🇳🇴

Sono ancora in terra norvegese, anche se non sembra affatto.
L’aria che si respira è quella della cittadina di confine, a dieci chilometri dalla vicinissima Russia e non così distante dalla Finlandia.
Mi trovo nella terra del popolo Sami, il Finnmark, che della Norvegia è la regione più settentrionale. Con maggior precisione, sono a Kirkenes, ridente cittadina di due chilometri quadrati e 3.444 anime.

«Benvenuti in uno degli angoli più remoti d’Europa»

Finnmark orientale — Norvegia, Lonely Planet

D’altra parte, i numeri non sono tutto, e Kirkenes — che si pronuncia “Circhenes” — si è ritagliata un suo ruolo strategico nell’estremo Nord della Scandinavia sia sul piano logistico che su quello culturale.
La mia presenza qui, non a caso, deriva originariamente dal primo di questi due aspetti, che mi permetterà di dedicarmi al secondo: dal 1908, il postale dei fiordi — la nave che collega tutte le principali località sulla costa della Norvegia — trova il suo capolinea settentrionale in Kirkenes, dove avviene l’inversione di rotta con destinazione finale Bergen, nel Sud del paese.
È qui, poi, che ritroviamo uno degli aeroporti più sviluppati della Norvegia del Nord, che consente l’atterraggio ed il decollo dei grandi Boeing 737 di Scandinavian Airlines e Norwegian, laddove la gran parte delle aerostazioni circostanti — tra cui quella di Honningsvåg, a due passi da Capo Nord — è attrezzata per i soli voli locali operati dalla compagnia regionale norvegese Widerøe.
Per una grossa fetta dei viaggiatori che arriva fin qui, tuttavia, l’esperienza di questa sperduta cittadina si consuma in un breve tragitto in pullman, che attende i viaggiatori nel parcheggio del porto per consegnarli direttamente al terminal aeroportuale, pronti per rientrare a casa.
Io non ho alcuna fretta di tornare nella mia Roma e, qui a Kirkenes, voglio trascorrere due giorni a ritmo lento. Voglio godermi quella che considero una bella conquista appena raggiunta. Ho toccato Capo Nord zaino in spalla dopo un tragitto di 23 ore passate in treno, 6 in pullman e 18 in nave, a cui si sommano le 4 ore spese in volo nel triangolo Roma-Belgrado-Stoccolma ed un’ulteriore giornata passata in mare per arrivare fin qui.

Le indicazioni sono riportate sia in norvegese, sia in russo 🇳🇴🇷🇺
Passeggiando al centro di Kirkenes, di domenica mattina 🌳

Tra calcoli e ragionamenti vari, mentre mi convinco di quanto son figo ad esser finito in un posto che, a scuola, vedevo sulla cartina fisica dell’Europa chiedendomi “ma cosa farà la gente che finisce lassù?”, ecco sbucare il logo e le bandiere del mio hotel.
La porta d’accesso dà proprio sulla piazza principale, totalmente deserta.
«È domenica mattina anche per loro», tiro le somme tra me e me, mentre mi avvio verso la reception.

La ragazza al desk mi accoglie con un bel sorriso, per poi darmi una news ancor più dolce: sono le dieci del mattino ed il check-in è previsto a partire dalle 15:00, ma la mia camera è già pronta.
Dopo due notti passate in una cabina striminzita e senza neanche un oblò, dove ho pagato il prezzo di ogni singola onda infrantasi sullo scafo della nave, non vedo l’ora di aprire la porta ed entrare.
Spargo i miei vestiti ovunque, mi concedo una doccia rigenerante e, poi, raggiungo la spa — decisione totalmente coerente con il dolce far niente al quale ho deciso di dedicarmi in questa domenica.
Porto con me la Lonely Planet, per stabilire un piano di battaglia per i prossimi due giorni, e scopro che la bella piscina indoor nella quale mi trovo ammollo è la più orientale — in senso geografico, non stilistico — di tutta la Norvegia. Più ad Est, nemmeno una pozzanghera.
Avviso tempestivamente parenti, amici e follower. Rimugino se questa sia una conquista addirittura superiore a quella di Capo Nord e, nel dubbio, festeggio entrando nella piccola ma curatissima sauna. Sono talmente soddisfatto da prender sonno sui listelli di legno, rilassandomi nell’avvolgente silenzio di questo forno norvegese.

Mi sveglio — che è già un bel risultato, rispetto alle premesse… — e sento i morsi della fame.
Preparandomi in camera, butto l’occhio fuori dalla mia enorme finestra, che definirei quasi una parete a vetri. Nonostante il sole sorga alle 2:45 di notte in questo momento dell’anno, non sono preoccupato: le tende, come in qualsiasi struttura ricettiva nel Circolo Polare Artico, sono estremamente spesse.
Esco, c’è qualche ragazzo in giro in bici, ma nulla di più. La pace regna ancora sovrana.
Scelgo di mangiare un boccone al Salt Restaurant & Bar, uno stupendo ristorante di pesce con piatti di ispirazione asiatica. Rispetto al resto della Norvegia, estremamente cara, Kirkenes ha dei prezzi più umani. Opto per una bella poke bowl di salmone crudo, verdure e riso per 100 corone norvegesi (circa 9,10 €) ed una gustosa bisque con dell’halibut, per 120 NOK (11 €).
Concludo, tra una chiacchiera e l’altra con un simpatico cameriere lituano, sorseggiando un caffè mentre leggo degli articoli sulla storia di questa regione.

Poke bowl di salmone crudo al Salt Restaurant & Bar, per 100 NOK (circa 9,10 €) 🐟🍚

Prima di andare, decido cosa fare domani, l’ultima giornata piena del mio viaggio.
Le attrazioni clou di questa regione, neanche a dirlo, si concentrano nel periodo invernale, tra la caccia all’aurora boreale, le uscite con le slitte trainate dai cani ed i tragitti in motoslitta.
D’altra parte, Kirkenes offre alcune opzioni molto interessanti anche nella stagione estiva.
Una posso escluderla a prescindere: la visita del confine russo, con un passaggio oltre la frontiera e rientro in giornata. Non mi dispiacerebbe ma, strano ma vero, al momento non ho il passaporto — proprio io, che lo porto con me anche per le trasferte Roma-Milano.
Stava scadendo e, non avendone bisogno in Scandinavia, l’ho lasciato alla Polizia per ottenerne presto uno nuovo e, ahimè, senza più alcun timbro. Inoltre, avrei comunque bisogno del visto per entrare in Russia.
Alternativa interessante sarebbe, poi, una battuta di pesca al granchio gigante. Una sorta di Deadliest Catch in salsa norvegese. Il meteo, però, è molto incerto. Prometto a me stesso di fare quest’esperienza a stretto giro, tanto non sarà di certo l’ultima trasferta a latitudini artiche.
Decido, quindi, di fare una visita al Borderland Museum (il Museo della terra di confine), o Grenselandmuseet, dove potrò approfondire la storia del Finnmark e saperne di più sulla cultura dell’affascinante popolo Sami, che abita questa regione da ormai 5.000 anni.

Un segnale realizzato e posizionato specificamente per me 🇮🇹

La giornata successiva inizia con una delicatissima e bilanciata colazione a base di salmone affumicato e polpettine di carne svedesi (sì, come quelle dell’IKEA).
Abituato, in questo viaggio, ad hotel molto carini ma senza fronzoli, l’immensa scelta di fronte alla quale mi trovo adesso mi lascia quasi disorientato.
Oltretutto, solo alla fine di questo mio secondo viaggio in Norvegia, scopro che i nostri amici nordici hanno elaborato una sorta di Nutella wannabe: la Nugatti.
La consistenza marcatamente granulosa è un chiaro omaggio ai dentifrici sbiancanti con perlite. Non mi stupirei di trovare la Nugatti anche in farmacia.
Alla luce di queste considerazioni, mi rendo conto che sia superfluo ma, a fine colazione, scelgo ugualmente di salire in camera per lavare i denti, prima di uscire.

Un quarto d’ora di camminata in salita e sotto la pioggia ed, infine, eccomi al Borderland Museum che, in numerosi ambienti ripartiti su due piani, ripercorre la storia e lo sviluppo della città di Kirkenes e della regione del Finnmark, il cappello della Scandinavia, estesa — e storicamente contesa — tra la Norvegia, la Russia e la Finlandia.
Nel corpo centrale dell’edificio si ripercorrono gli accadimenti cittadini durante la Seconda Guerra Mondiale. Impossibile non notare l’aereo militare sovietico Ilyushin, perfettamente conservato, al centro della struttura.
Infine, un’estesa area dedicata alla cultura Sami, con appunti, oggetti tradizionali e fotografie. Interessante la collezione Savio, che comprende le opere di John Andreas Savio, artista di origine Sami.

Soddisfatto, faccio due passi in città, mentre il cielo sembra mostrare un po’ di clemenza, in un’area in cui il clima è decisamente più ostile rispetto alla costa atlantica della Norvegia, beneficiaria in maggior misura degli influssi caldi della corrente del Golfo.
Quando ormai sembra che questo viaggio non possa riservarmi altre sorprese, scopro che, qui a Kirkenes, si trova la China Town più a Nord del mondo e che io, in questo preciso momento, la sto percorrendo.
Un’ultima chicca di questa cittadina, un piccolo scrigno colmo di storia e cultura.

A Kirkenes mi imbatto nella China Town più a settentrione del mondo 🇨🇳

Torno in hotel, appagato dall’esperienza fatta oggi. Un’altra dormita in sauna per celebrare questa giornata, con conseguente sospetto che si tratti di un principio di narcolessia.
La mattina successiva, una bella fetta di pane e Nugatti e son pronto per il rientro a casa, nel caldo agosto di Roma, con in tasca la risposta ad una vecchia domanda: ma cosa farà la gente che finisce lassù?

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

• per raggiungere Kirkenes via mare, con il postale dei fiordi, si può salire a Tromsø, tappa precedente.
La distanza tra le due città si copre con circa un giorno e mezzo di navigazione (due notti), passando per Honningsvåg.
Occorre sapere, però, che questa opzione è estremamente cara per chi viaggia in solitaria: io ho pagato 478 € per il solo pernotto in cabina interna e prima colazione, che sarebbero saliti a 640 € per la pensione completa.
La tariffa per il pernotto con colazione mostrata sul sito, infatti, è per cabina (quindi, per due persone). Volendo, si può provare a chiedere un piccolo adeguamento — senza garanzia di successo — al gentile e rapido staff che si occupa delle prenotazioni: book [at] hurtigruten.com (sostituire at con @).
Ecco il link al sito ufficiale e allo speciale dedicato su Visit Norway, facendo click qui.

• diversi voli giornalieri collegano l’aeroporto di Oslo-Gardermoen e quello di Kirkenes, operati da SAS e Norwegian.
L’aeroporto è servito anche dalla compagnia aerea regionale Widerøe, che collega gli aeroporti del nord della Norvegia con aerei di più piccola dimensione.
Proprio per questo, prima di prenotare, è meglio sincerarsi del sovrapprezzo — talvolta molto salato — richiesto per il bagaglio da imbarco, non incluso nella tariffa standard.

• un’ulteriore opzione, per automobilisti e motociclisti, è la strada E6, che ha come estremi Oslo a Sud e Kirkenes a Nord.

• consiglio assolutamente — per posizione, pulizia e qualità del servizio e del personale — lo Scandic Hotel (sito ufficiale). Prenotando il giorno prima del mio arrivo, ho pagato 244 € per due notti.
Lo Scandic ha anche un buon ristorante interno, dove ho avuto modo di cenare. Se possibile, meglio riservare un tavolo con qualche ora d’anticipo, anziché presentarsi senza prenotazione.

• l’ottimo ristorante specializzato in pesce crudo dove sono stato è il Salt Restaurant & Bar (sito Internet).
Prezzi giusti, ingredienti di qualità, ambiente molto curato e servizio eccellente.

Borderland Museum, Kirkenes 🇳🇴
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Zip line, colibrì e ponti sospesi a Monteverde, Costa Rica. Come trasformarsi in Superman e Tarzan

Il ragazzo di fronte a me — forse appena maggiorenne, apparentemente un po’ insicuro — inizia a strattonarmi.
Mi afferra per una bretella ed inizia a scuotermi. Poi fa lo stesso con l’altra, in cerca di conferme.
Lo sovrasto di una ventina di centimetri e, squadrandolo per bene dall’alto verso il basso, comincio anch’io a cercare di diradare le mie perplessità.
Mi shakera ancora e, a quel punto, il suo sguardo si fa più sicuro — se sia per via dell’incoscienza o di una reale competenza, stento a capirlo.
“¿Estás seguro?”, lo fisso negli occhi e gli chiedo con fermezza.
Seguro, don’t worry Superman”, e mi dà una confortante pacca sulla spalla.
Nel mentre, il collega, sulla quarantina e dalle movenze decisamente più sicure e spedite, ha già impacchettato tre o quattro ospiti del parco.
Lascia i successivi in attesa per trenta secondi, giusto il tempo di raggiungermi, dare una stretta alle fibbie del mio gilet salvavita all’ultima moda e comunicare un micro-feedback di poche incomprensibili parole al mio giovane amico.
Tante volte, per infonder sicurezza in un tirocinante un po’ titubante, si suol dire “non salviamo vite umane” o, ancor più calzante, “tranquillo, se sbagli non muore nessuno”.
Non è questo il caso.

Sono arrivato a Monteverde il giorno prima, nel primo pomeriggio, partendo in mattinata dal Vulcano Arenal.
È uno spostamento abbastanza tipico per chi viaggia nel nord del Costa Rica, un paese in cui è meglio abbandonare l’abitudine di misurare le distanze in chilometri, optando piuttosto per ore e minuti e, quindi, sacrificando le convenzioni scientifiche sull’altare della praticità.
In un semplice ma efficace esempio: i 25 km che in linea d’aria separano le due località corrispondono a 120 km di strada che, a loro volta, possono esser percorsi in circa 3 ore e mezza — quattro ore, se si inserisce una rigenerante pausa caffè (che qui è eccezionale) con vista sulla giungla.
La mia Daihatsu Bego 4×4 a noleggio — onnipresente da queste parti, un vero must per i viaggiatori on the road in Costa Rica — se l’è cavata bene, ad ogni modo.

Un bello scorcio nella strada che, dal Vulcano Arenal, conduce a Monteverde 🌳🇨🇷


Vengo accolto da Sofía che, assieme al marito e alla famiglia, gestisce i bungalow del complesso Cabañas Bosques de Paz, poi rinominato come Hotel Flor de Bromelia.
Mi indica un parcheggio e, portando avanti le classiche procedure per il check-in, mi parla un po’ delle attività caratteristiche di Monteverde.
«Allora Daniele, potrebbero senz’altro piacerti le visite alle piantagioni di canna da zucchero, di caffè e di cacao. Nei tour, mostrano tutto il processo, dalla coltivazione fino al prodotto finito».
«Perfetto, voglio visitarle, senz’altro».
«Ottimo. In giornata, pensa a quando ti va di andare, così faccio un colpo di telefono a Don Juan — una rinomata azienda del luogo — e ti organizzo il tutto».
«Bene, grazie! E invece, cosa mi sai dire dei canopy tour? So che ce ne sono molti qui. Vorrei assolutamente provare una zip line». In sostanza, le sto dicendo che vorrei provar l’ebrezza di restare appeso ad un moschettone, due o trecento metri a strapiombo sulla giungla, passando da un albero all’altro mentre indosso un’imbracatura di sicurezza.
«Sì, è vero, ce ne sono parecchie. Il migliore è il Selvatura Park. Hanno un percorso con 15 piattaforme. Puoi anche fare il superman».
«Il superman?».
«Sì, te lo spiegheranno quando sarai arrivato. Quando vuoi andare?».
«Domani».

Uno dei cebi cappuccini residenti
nel complesso ricettivo 🐒🇨🇷

Mi sveglio la mattina successiva intorno alle 5:30.
Inizia a vedersi un po’ di luce crepuscolare. Mi giro nel letto che, al posto della testiera, ha una spettacolare vetrata che dà sulla giungla.
Sono stato fortunato: il mio lodge, ad un centinaio di metri dalla reception, è il migliore di tutto il complesso.
Ancora assonnato, mi alzo e vado verso l’angolo cucina. Aziono la macchina per il caffè, per poi sorseggiare con calma la mia tazzona di black coffee, aspettando le prime luci dell’alba che non tardano ad arrivare.
È uno degli attimi di più profonda serenità che abbia mai vissuto, in perfetto contrasto con il programma della mattinata che, tra poche ore, mi vedrà impegnato in attività ben più adrenaliniche.
Mi godo il momento e, una mezz’oretta dopo, sono al tavolo della colazione nel patio, in compagnia dell’amichevole famiglia di ticos — come benevolmente sono soliti definirsi i costaricensi — che mi ospita. Graditi intrusi, una dozzina di cebi cappuccini che mi osservano curiosi dai rami degli alti alberi circostanti.

«Vivono qui da anni. Sono un gruppo di circa 25 scimmiette. Ho dato un nome a ciascuna di loro», mi dice il sorridente e vispo abuelito, il nonno.
«E se li ricorda tutti?», domando interessato.
Mi fa di sì con un cenno del capo, tutto fiero e soddisfatto.
Resterei volentieri a far due chiacchiere, ma il pulmino del Selvatura Park sarà qui tra 15 minuti.
Finisco rapidamente ciò che rimane della mia colazione, a base di frutta deliziosa, pancakes e, naturalmente, caffè.
Giusto il tempo di tornare in camera, lavare i denti e prendere zaino e K-Way.
Sono pronto.

«È la prima volta che fai la zipline? Di dove sei?», mi domanda con voce squillante e a ritmo sostenuto la mia vicina di posto, 30 secondi dopo la partenza dalla reception.
«Sì, è la prima volta. È una di quelle attività che ho inserito nella lista delle cose da fare in questo viaggio, quando sono partito da Roma. Sono Daniele, e tu?».
«Io sono Xus, e lui è Nando. Siamo di Benidorm, vicino ad Alicante, in Spagna», e nel mentre sbuca un ragazzo mio coetaneo alle sue spalle, sorridente e con il viso ancora assonnato.
Iniziamo a chiacchierare mentre, in una ventina di minuti, siamo all’ingresso del parco.
La giornata è piuttosto nuvolosa, con il cielo che non promette nulla di buono.
«Hai sentito che qui possiamo fare il superman?», mi chiede entusiasta Nando.
«Sì, anche se non ho ben capito cosa sia…». A questo punto, inizio ad esser curioso.
Entriamo nella hall. È abbastanza affollata, nonostante siano solo le 8 del mattino, ma la fila scorre e non ci sono schiamazzi eccessivi, salvo qualche bambino emozionato all’idea della giornata che è in procinto di iniziare.
Arriva il mio turno in cassa ed opto per un abbondante pacchetto: butterfly garden, ponti sospesi, zipline — o canopy tour, come preferite — e, chiaramente, l’ormai celeberrimo superman.
Quest’ultimo per soli 10 dollari in più, in aggiunta ai 100 — dollaro più, dollaro meno — che gli sto lasciando.
La cassiera mi invita ad iniziare con giardini e ponti sospesi, per poi tornare all’entrata un paio d’ore dopo per affrontare il canopy.

Giro attorno all’edificio e mi immergo nella natura.
Ogni tanto, cade qualche goccia dal cielo, ma il tempo sta reggendo, almeno per ora.
Faccio due passi lungo un sentiero e, pochi metri dopo, mi ritrovo di fronte ad un cancelletto che recita “Butterfly garden”, il giardino delle farfalle.
In effetti, qui in Costa Rica ne ho viste di enormi e coloratissime, e non è raro che alcuni caffè lungo le strade a lunga percorrenza abbiano un giardino sul retro a loro dedicato, con accesso libero per i viaggiatori.
In realtà, di farfalle — magari, complici le condizioni meteorologiche, non so — ne vedo ben poche.
A catturare la mia attenzione sono, invece, dei ronzii. Sembrano quasi dei mosconi, ma il rumore è meno costante, quasi intermittente. Un istante sembra scemare, per poi riprendere in maniera improvvisa.
Appese ad alcune strutture metalliche, noto delle boccette a forma di lampadina piene d’acqua leggermente ambrata, con alla base dei piccoli fori contornati da alcuni petali gialli stilizzati.
Passano pochi secondi, il rumore si fa più intenso e, finalmente, ecco i responsabili: un colibrì, un altro, e poi un terzo si accalcano attorno ai contenitori per dissetarsi. In pochi secondi, sono circondato.
L’impressione è quella di avere a che fare con degli uccelli psicopatici. Bellissimi, ma pazzi.
Si muovono in linea retta percorrendo un metro o due; interrompono il volo, restando in aria nello stesso punto giusto per qualche decimo di secondo, pronti a cambiar direzione.
Se si è pazienti e fortunati, si riesce a far qualche foto nitida, così da catturare il loro brillante — e fluorescente, aggiungerei — piumaggio.
Inutile, senza un’attrezzatura fotografica più che valida, illudersi e sperare di immortalare il momento perfetto: il movimento delle loro ali è troppo rapido, raggiungendo senza troppi affanni i 90 battiti al secondo.
Mi accontento di qualche foto-ricordo e riprendo in modalità video qualche frammento di questo bel momento, per poi metter via il telefono. Dedico particolare attenzione al mio preferito tra tutti, un colibrì nero corvino con dei dettagli di un marcato azzurro iridescente sul capo.

VIDEO — I colibrì dell’Hummingbird Garden, nel Selvatura Park di Monteverde 🦜🇨🇷


Il livello di adrenalina sale quando passo ai ponti sospesi.
Sì, sono realmente sospesi; no, non sono in corda e legno, bensì in metallo.
Sono 8 in tutto, per una lunghezza totale di poco più di 3 chilometri, alternati sapientemente da sentieri nella giungla.
Il ponte più elevato si trova a 170 metri di altezza rispetto alla natura sottostante, ma a contribuire in massima misura alla sensazione di vuoto è il solo metro e mezzo di larghezza della pedana alla base.
Il codice di comportamento impone di non correre, non saltare e non oscillare — specificazione necessaria, essendo la mamma dei cretini sempre incinta.

Facendo due passi tra i ponti sospesi del Selvatura Park di Monteverde 🌉🌳🇨🇷


La sensazione in questo bel percorso è di massima tranquillità. Un contatto con la natura che merita di esser vissuto, mentre il grosso dei visitatori è alle prese con cavi e moschettoni della zipline.
D’altra parte, inutile negare che il canopy sia l’attrazione principale del parco e, più in generale, di tutta Monteverde. Un po’ a malincuore, ma con la voglia di saltare da un albero all’altro, mi reco verso l’entrata.

«Allarga le gambe», «Alza la gamba destra», «Ok, ora la sinistra».
L’addetto mi sta preparando, aggiustando l’imbracatura che cinge aderente i miei fianchi e le mie cosce.
«Abbassati un po’», e mi incorona con un elmetto arancione traforato.
«Avevi richiesto la videocamera da mettere sul casco?», mi domanda.
«No, ho la mia GoPro, ma grazie».
«Avevi richiesto il superman?».
«Sì sì, assolutamente sì!», e gli allungo il ticket consegnatomi in cassa e custodito a costo della vita tra ponti sospesi e colibrì.
«Mi dispiace, però non ho l’attrezzatura per il superman, in questo momento», e me lo dice come se fosse una semplice pratica respinta, anziché un tassello fondamentale per erigere il mio viaggio in Costa Rica allo status di trasferta leggendaria.
«Come no?!», chiedo in maniera gentile — il ragazzo sta lavorando e, comunque, non è colpa sua — ma con evidente dispiacere.
«No, ma non ti preoccupare: basta che tieni il talloncino e, andando in cassa, ti restituiscono i 10 dollari…», prova a confortarmi.
«Ti prego, non è per i 10 dollari. Non posso non fare il superman. È fondamentale… — fino a due ore prima non sapevo neanche cosa fosse — Ma poi, in che senso non hai l’attrezzatura?».
«Per fare il superman, serve un’imbracatura a parte. Facciamo una cosa: aspetta qui con me per qualche minuto, mentre preparo gli altri clienti. Magari, nel frattempo torna qualche persona e mi riporta l’attrezzatura».
Divento istantaneamente pluri-religioso, per massimizzare le speranze che qualcuno ascolti le mie preghiere. E vengo ascoltato, trattandosi di un piano semplice ma perfetto.
Poco dopo, il ragazzo mi sorride soddisfatto e mi carica sulle spalle un inguardabile zaino viola — pieno di ferraglia, a giudicar dal suono — che peserà una decina di chili.
Me ne vado soddisfatto ed inizio il canopy tour.

Canopy tour — Dietro le quinte 👷🏽‍♂️🇨🇷


Gli istruttori raccolgono un gruppo di circa venti persone e, una volta raggiunto il silenzio, il più esperto di loro inizia a spiegarci come spostarci tra un albero e l’altro.
Ingenuamente, pensavo fosse sufficiente attaccare il moschettone al cavo metallico che unisce ogni piattaforma alla successiva, aspettando che il collaudato mix di pendenza e gravità si occupasse del resto.
Invece no. Per esempio, una volta in sospeso, è fondamentale descrivere un cerchio attorno al cavo d’acciaio unendo pollice ed indice, altrimenti si finisce per avvitarsi su se stessi, rotando vorticosamente fino all’arrivo alla piattaforma successiva — indicazione che spiega la motivazione degli imbottiti guanti in materiale tecnico e spessa pelle scamosciata che fanno parte dell’outfit odierno.
Al tempo stesso, è anche necessario che, rispetto al senso di marcia, le dita siano dietro al moschettone, e non davanti — se non fosse già ovvio di suo, il gancio finirebbe per tranciare la mano, in caso contrario. Un’esperienza non idilliaca, immagino.
Altre due dritte dal nostro esperto, qualche ultimo avvertimento, un paio di tentativi su qualche cavo di breve lunghezza e sono pronto.
Inizia a piovere, ma nella fitta vegetazione non ci faccio neanche troppo caso.


Il tour procede in maniera incalzante, ed ogni nuovo step regala più adrenalina rispetto al precedente: maggiore inclinazione, maggior lunghezza, maggiore altezza.
Il tutto per 3 chilometri e mezzo di cavi.
Arrivati ormai verso la fine, camminando in fila indiana, ogni componente del gruppo si trova di fronte ad un cartello posto nel mezzo di un bivio: Tarzan o non Tarzan?
Di fronte a questo dubbio amletico di shakespeariana matrice, capisco che qualcosa mi sfugge — di nuovo.
Cerco con lo sguardo uno degli istruttori. Lo trovo e chiedo una rapida delucidazione, mentre tre quarti del team si recano verso il sentiero non Tarzan.
Chi sceglie di fare il Tarzan, deve per prima cosa salire una scala metallica, indispensabile per raggiungere la sommità di una piattaforma alta 30 metri. Un palazzo di otto o nove piani, insomma.
Da lì, mentre il resto del gruppo osserva con sadismo dal basso, un istruttore aggancia il moschettone — e, quindi, l’imbracatura — ad un gancio posto all’estremità di una corda, legata a sua volta ad un supporto distanziato dalla piattaforma.
Ci sono tutti gli ingredienti necessari per andare in scena con un esperimento sul moto del pendolo.
La pressione sociale aiuta a sconfiggere le titubanze che emergono in quegli interminabili secondi d’attesa, durante i quali ci si chiede se ci sia la vita dopo la morte, mentre si procede con la ricerca incessante di qualche pozza di sangue ormai asciutta sul terreno sottostante.
Attendo il mio turno. Il moschettone è ormai agganciato. Guardo l’istruttore, aspettando il suo ok.
Mi butto, e per il primo secondo non sento nulla, se non la sensazione del vuoto totale in cui mi trovo. A quel punto, la corda, via via più tesa, raggiunge la massima estensione e mi coinvolge in un andamento oscillatorio che mi travolge. Tarzan e la liana, per l’appunto.
Mi allontano dalla piattaforma e poi torno indietro; riprendo a distanziarmi e, ancora, mi riavvicino.
Resterei così per ore, mentre poco a poco la velocità si riduce, e così anche l’effetto adrenalinico di questo momento. Inizio a trascorrere più tempo in prossimità del suolo.
L’istruttore colpisce le mie gambe a mani aperte all’altezza delle tibie, così da rallentarmi, bloccarmi, liberarmi dalla liana e procedere con la prossima vittima.

A questo punto, dopo un paio di altre piattaforme, ecco l’ormai celeberrimo superman.
Nuovamente, si tratta di un cavo in acciaio, ma stavolta della lunghezza record di un chilometro.
Il ragazzo mi chiede di passargli lo zaino ed io eseguo.
Lo apre e tira fuori una sorta di telo sintetico rettangolare, con il quale rivestirmi in stile fagotto.
Lega le cinghie, sistema il moschettone ormai alle mie spalle e, dopo un check dell’istruttore, sono pronto. Salgo sulla piattaforma, mi sdraio a pancia in giù e, a questo punto, oscillo a venti centimetri dal pavimento.
L’istruttore mi afferra, mi porta indietro per prendere una breve rincorsa e, poi, mi lascia andare.
Guardo in avanti ed inizio a sentire il vento sulle mie guance, in pieno stile Superman, mentre la velocità aumenta sensibilmente e con essa il sibilo generato dal moschettone che corre lungo il cavo.
Abbasso il capo e sono a faccia in giù, con gli alberi che appaiono sempre più piccoli, mentre ormai dovrei essere a circa duecento metri d’altezza rispetto al suolo.
Per un istante, penso che la mia vita è appesa ad un mucchietto di legacci, fibbie, ganci e cuciture, in questo momento.
Non me ne preoccupo più di tanto e, nei mille metri che separano le due piattaforme, ho tutto il tempo di godermi l’ennesimo assaggio di pura vida.

Il video del superman, ripreso con la mia GoPro 🦸🏽‍♂️🇨🇷

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

  • il nome della struttura ricettiva è Hotel Flor de Bromelia, del quale riporto il sito Internet
  • il parco in cui ho svolto il canopy tour, che consiglio fortemente, è il Selvatura Park, che potrete trovare facendo click qui
  • l’abbigliamento consigliato per un canopy tour è quello da escursione, con pantalone lungo e comodo, scarpe da trekking e classico K-Way, preziosissimo in caso di pioggia
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Dormire in un capsule hotel a Tokyo. Lost in translation, capitolo secondo

«Da’, qui dell’hotel non c’è traccia», mi segnala Fabrizio, il mio più caro amico e compagno nell’avventura nipponica.
L’approdo al Capsule and Sauna Oriental — questo il nome della struttura — non sta andando per il meglio. Quando sono in viaggio, non mi dispiaccio poi molto se le cose non procedono esattamente come le avevo pianificate, d’altra parte.
Tokyo è una città enorme e la scelta di percorrerla a piedi, sotto il sole di agosto, con il backpack da sessanta litri sulle spalle ed il classico zaino per gli spostamenti giornalieri sul petto, si è rivelata intrigante solo a posteriori.
L’umidità, che in agosto può addirittura superare il 90%, non rende la camminata più semplice.

Siamo atterrati all’aeroporto di Haneda in tarda serata e, passata la prima notte a dormire sul freddo pavimento dell’info point del mercato del pesce di Tsukiji per poter assistere all’asta dei tonni delle 5:25, la stanchezza ed il sonno iniziano a montare in maniera prepotente.
Iniziamo a maledire ogni singolo passo che ci separa dall’hotel.
Le premesse erano differenti. Ueno è una zona molto conosciuta della città ed è semplice da raggiungere, grazie anche alla stazione ferroviaria e agli importanti punti di riferimento presenti nel quartiere (Ueno Park e lo zoo, il Museo Nazionale di Tokyo, il Museo dell’Arte Occidentale, e via discorrendo). È sicura, relativamente economica e ben collegata. Una buona base strategica per trascorrere qualche giorno dedicandosi alla scoperta della capitale, se si accetta l’idea di non trovarsi al centro della città.

Facciamo due passi al Parco di Ueno, mentre cerchiamo il capsule hotel 🌸🇯🇵

Qualche ora di giri a vuoto alla ricerca dell’hotel e, in uno slancio di problem solving, decidiamo di cambiare strategia ed affidarci alle immagini, avendo maturato la convinzione che la struttura debba esser nei dintorni.
Privi di connessione ad Internet, apriamo il .pdf con la prenotazione su Booking.com e ci mettiamo alla ricerca di una foto in miniatura che ritragga la facciata del palazzo, trovandola rapidamente.
Dopo tanto camminare, la buona notizia è che non siamo impazziti: l’hotel ha cambiato nome.
Ora si chiama Ueno Station Hostel Oriental III — molto meglio rispetto a Capsule and Sauna Oriental, che suonava un pochino più cheap, anche se il prezzo di questa scelta l’hanno pagato le nostre gambe.

Entriamo e, oltrepassato l’uscio, la perplessità regna sovrana: a pian terreno non c’è nulla. Vuoto, niente. Il pavimento e le pareti. Giusto un ascensore sulla destra. Smettiamo di porci domande, leggiamo — leggiamo… — delle scritte in giapponese e, infine, spingiamo un tasto a caso, affidandoci alla buona sorte.
Miracolosamente, dopo due o tre piani, le porte si aprono e ci troviamo a qualche metro dalla reception.
Dopo tre o quattro passi, il pavimento lucido cede il passo alla moquette e, al contempo, noi rischiamo la pena capitale: quella linea di demarcazione segna il punto in cui, con le scarpe, non si può più camminare.
Ignari e costernati, ci scusiamo nel migliore dei modi con il responsabile di turno, un signore bassino sulla cinquantina, che ci concede il suo perdono e ci mostra gli armadietti per le scarpe, ben ordinati in una stretta stanza laterale.
Veniamo guidati — rigorosamente scalzi — al desk.

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«Non si sale con le scarpe sulla moquette».
Io inizio a sentirmi un avanzo di galera.
«Quando si esce dall’ascensore, si tolgono le scarpe, che vanno nell’armadietto insieme agli oggetti di valore. Quando si esce dall’hotel, si prendono le scarpe, si oltrepassa la moquette e, solo a quel punto, si infilano».
Facciamo di sì con la testa, indossando l’espressione più convincente a nostra disposizione.
«Gli zaini e le valigie rimangono sul pavimento all’entrata».
«Sul pavimento all’entrata?».
«Sì».
«Ma nessuno tocca nulla?»
«No, e comunque c’è sempre qualcuno alla reception»
Smettiamo di domandarci come faccia il dipendente di turno al desk ad associare una faccia forse mai vista ad un bagaglio e ci affidiamo alla buona sorte, di nuovo.
Abbozzo un sorriso ed annuisco, tanto non mi sembra ci sia margine di trattativa e, soprattutto, non mi piace imporre le mie regole in casa altrui.
«Bene. Ora dovete spogliarvi».
Stiamo capendo sempre meno. Il signore ha un inglese stentato ed infarcito di “r”. Senz’altro abbiamo frainteso e, quindi, gli domandiamo con cortesia di ripetere.
«Non si gira nell’hotel con i vestiti».
Cerco invano con lo sguardo le telecamere nei dintorni, come conferma definitiva che si tratti di una candid camera.
«Mi scusi, ma dobbiamo girare nudi nell’hotel?», domando.
Il signore inizia a ridere a perdifiato. Ride così tanto da sentir la necessità impellente di chiamare una collega, in una stanza che riusciamo solo ad intravedere, per condividere con lei i nostri dubbi. La reazione di lei è identica, forse anche più contagiosa. Non capiamo, quindi ridiamo anche noi.
Il receptionist si ricompone, ci dà un sincero e divertito benvenuto nella struttura e, smarcate le pratiche iniziali per il check-in, infila un braccialetto color salmone in gomma con una chiave dell’armadietto personale ai nostri polsi sinistri, per poi affidarci alla collega.

La signora, apparentemente sulla sessantina ma senza un singolo capello bianco, ci chiede con un composto entusiasmo di seguirla. Per prima cosa, risolve il dubbio che ancora ci attanaglia: no, non dobbiamo girare nudi nell’albergo.
Tiriamo un sospiro di sollievo e, contestualmente, le sue mani si avvicinano ad un armadio privo di ante, dal quale estrae uno yukata color sabbia a testa.
Lo yukata è una sorta di kimono informale di cotone leggero, storicamente utilizzato dopo il bagno.
Possiamo cambiarci ogni volta che desideriamo, semplicemente mettendo lo yukata usato in un cesto e prendendone uno pulito dall’armadio.
Inizio a calarmi nel contesto nipponico. Ho iniziato a dedicarmi alle arti marziali all’età di dieci anni e sento qualsiasi cosa che abbia le sembianze di un karategi come una seconda pelle.
Nel mentre, si unisce a noi un viaggiatore francese sui trentacinque, capelli biondi lunghi fino alle scapole.
La signora dà il via al nostro tour guidato.

L’area relax, all’ultimo piano del capsule hotel, con l’immancabile distributore automatico 🛋

Al piano, lasciandoci alle spalle la reception, riconosciamo immediatamente una delle poche parole giapponesi presenti nel nostro vocabolario: onsen, la classica stazione termale giapponese, in questo caso aperta 24 ore su 24, ogni giorno.
Dalla parte opposta, sedie e specchi, asciugacapelli e lozioni di ogni genere.
Saliamo le scale e la nostra guida ci mostra i due piani, identici, dove si trovano le capsule, indicandoci le nostre, adiacenti. Ogni blocco è composto da due livelli di capsule, disposte le une sulle altre in file da sei unità.
I bagni in comune, puliti impeccabilmente, sono a qualche metro di distanza.
Procediamo verso l’ultimo piano del palazzo, dove troviamo un’ampia sala relax, piena di chaise longue e poltrone massaggianti. Immancabile, poi, un distributore automatico di cibo e bevande, onnipresente nel paese del sol levante.
Prima di lasciarci, la nostra guida ci ricorda che è necessario indossare lo yukata, quando si gira in hotel.

Facciamo un giro per Ueno, perdendoci tra i negozi della zona mentre siamo alla ricerca di un posto dove cenare.
Torniamo in hotel intorno alle 22 e, poco dopo, siamo pronti per entrare nelle rispettive capsule.
Individuo la mia, al livello superiore. Salgo sulla scaletta laterale, sposto la tendina — non ci sono porte né chiavi per entrare — e sono dentro.

L’interno della capsula, con TV e plancia sul lato destro 📻

La sensazione non è opprimente: il materasso è sottile, e riesco a star seduto a gambe incrociate senza sbatter la testa sul soffitto. C’è un deciso e piacevole odore di pulito ed il giallo tenue e un po’ datato delle pareti ha un effetto rilassante. Sulla destra, in alto, c’è una piccola TV. Più in basso, accanto a me, trovo una plancia in plastica fornita di telecomando, radiosveglia, prese elettriche e pulsanti vari, con delle esaustive quanto utili informazioni in giapponese.
Tempo di mettere il telefono in carica e sono pronto per dormire.

La prima notte, vestito rigorosamente in yukata, nella capsula 🇯🇵

Il risveglio mi lascia perplesso. Sento la tendina scorrere e mi sveglio immediatamente. Ai miei piedi, due signori giapponesi sorridenti e dallo sguardo gentile.
Ricambio il sorriso, senza farmi domande, e torno a dedicarmi al cuscino.
Passano pochi secondi e percepisco che, nuovamente, non sono solo, complici anche le domande in lingua locale postemi da quelli che ormai sembrano diventati i miei due coinquilini.
Mi sorridono, ricambio e continuo a guardarli, vagamente a disagio e senza dir nulla. Sento che potrei esser scritturato per il sequel di “Lost in translation”, in questo momento.
«Dani, è lo staff dell’albergo. Abbiamo sbagliato capsule».
«No Fabri, questa è la mia capsula, sono sicuro».
«Non è che abbiamo sbagliato capsula, abbiamo proprio sbagliato il piano. Dobbiamo salire le scale».
Provo a scusarmi. Abbraccio tristemente le lenzuola, il cuscino ed i miei effetti personali mentre esco dalla capsula, trascinandomi poi verso le scale, scortato dallo staff che cerca invano di farsi restituire la biancheria da letto, spiegandomi che avrei trovato tutto l’occorrente nella nuova — e corretta — sistemazione.
Non so che ore siano, ma sono pronto per dormire, finalmente.

Classificazione: 1 su 5.

NOTE PRATICHE PER IL VIAGGIATORE (aggiornato al 13 maggio 2020):

  • il nome attuale dell’hotel è Ueno Station Hostel Oriental III. Lo raccomando decisamente, tenendo in considerazione la pulizia, la gentilezza dello staff, i servizi offerti e la posizione.
  • il prezzo dell’hotel per notte è di circa 20 € ed include l’accesso 24/7 all’onsen e tutti i prodotti da bagno.
  • questo capsule hotel, attualmente, è segnalato come “Men only”.
  • la distanza dal principale punto di riferimento della zona, Ueno Park, è di circa 700 metri.

Iniziamo col piede giusto

Do vita a ViaggioScomodo con questo post o — più calzante rispetto al tema — con la prima di tante tappe da percorrere.
Dopo un’intensa attività social, principalmente sul mio profilo Instagram, il progetto di un blog rappresenta un successivo — e più impegnativo — passo nella mia vita da viaggiatore.
L’intento, d’altra parte, non cambia: condividere avventure ed aneddoti con appassionati e curiosi, mettendo al contempo a sistema le ormai tante esperienze maturate.

Playa Conchal, Costa Rica 🇨🇷

L’obiettivo non è quello di stilare, per ogni singolo metro percorso fuori casa, una mappa dettagliata delle vie percorse, un report delle spese per ciascuna attività o una nota accurata con tutti i locali da visitare e da evitare.
GPS, home banking, Lonely Planet e Tripadvisor la sanno molto più lunga di me in materia.
Mi impegnerò, piuttosto, ad includere episodi e riflessioni nella trama delle esperienze di viaggio condivise, offrendo il mio punto di vista senza alcuna pretesa d’esaustività.

Ogni lettore sarà ben accetto, così come ogni spunto e considerazione raccolti nei commenti ai post.

Buon viaggio e a presto,

Daniele

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