Sotto il sole del Vedado, sopra le nuvole dell’Avana

Il coco-taxi sfreccia sul Malecón.
Inizio la mattinata con una frizzante corsa su questo incrocio tra un’ape car ed una noce di cocco, risposta cubana al tuk tuk thailandese.
Al volante c’è Gabriela, una simpatica e corpulenta ragazza habanera dall’età indefinibile — potrebbe tranquillamente oscillare tra i 30 ed i 50 anni — che, dopo la serata di ieri, è la mia autista di fiducia.
Mentre guida all’impazzata il mezzo, con standard di sicurezza analoghi a quelli di un giro alla roulette russa, si prende la licenza di infilar la mano in un sacchetto di plastica colmo di sfiziose rondelle di yucca fritta.
Si volta un istante e, con spirito di condivisione, scuote con solerzia il pacchetto all’altezza della mia mano. Ne prendo al volo una, ringraziandola, nella speranza che questo la spinga a buttare nuovamente un occhio alla strada.
Curiosamente, lo stile di guida è del tutto coerente con la destinazione finale della corsa: la Necrópolis Cristóbal Colón. Il cimitero — monumentale, ma pur sempre cimitero — insomma.
Nel portafogli dovrei avere abbastanza pesos — o CUC — per garantirmi una degna sepoltura.
Smetto di preoccuparmi, quindi, e mi godo il momento.

Una corsa in coco-taxi lungo il Malecón è d'obbligo, quando si visita L'Avana
Mattina, pomeriggio o sera. Una corsa in coco-taxi lungo il Malecón è d’obbligo, quando si visita L’Avana 🥥🚕🇨🇺

Sono le 9, o poco più. Il sole inizia a farsi sentire, nonostante sia all’ombra, riparato sotto al tetto del coco-taxi. Complice il cielo terso, sporcato solo da qualche bianca nuvola qua e là, gli edifici sono riscaldati da una luce che ne appiattisce un po’ i colori, ma che rende questa grande città un po’ più intima.
Lo scoppiettio del motore, spinto al suo massimo, è un sottofondo senza soluzione di continuità, che inizia a dar ritmo alla mattinata.
Una macchina d’epoca ci supera, poi un’altra e un’altra ancora.
In un attimo lasciamo il Malecón; la velocità di marcia rallenta, mentre scorriamo tra le vie interne del Vedado.

Dopo la tappa all’Hotel Nacional de Cuba e la ropa vieja con vista panoramica di ieri sera, ritorno in quello che è il quartiere residenziale per eccellenza e tra i più moderni della capitale cubana, per quanto abbia ormai alle spalle centosessant’anni di storia fatta di boom edilizi, traffici loschi, una manciata di grattacieli art déco, lussuosi hotel, luoghi simbolo della revolución ed un effervescente panorama culturale.
Il Vedado è molto più della magia del Malecón, gli 8 chilometri di strada che cingono il quartiere e lo separano dal mare. Non è L’Avana dell’immaginario collettivo, e le sue atmosfere sono spesso meno caratteristiche, ma una tappa è d’obbligo per comprendere l’ultimo secolo di storia di questa nazione.

Auto d’epoca sul Paseo, una delle strade più ampie e più belle della capitale cubana 🚘🇨🇺

Il coco-taxi accosta alla vista di un’immensa porta d’entrata, l’ingresso Nord della Necrópolis.
«Ti aspetto qui. Quando hai finito, ti porto in Plaza de la Revolución e ti faccio vedere il resto del quartiere», propone Gabriela, che quando parla sorride anche con gli occhi.
«Grazie Gabri, ma preferisco farla a piedi…».
«Dai, ti faccio un buon prezzo!», rilancia, senza esitazione.
«No, figurati, non è per i soldi. È che preferisco girare a piedi per la città e prendermi i miei tempi».
«Guarda che fa caldo oggi…», ribatte caparbia, ma senza mai perder l’entusiasmo e la sua allegria.
«Dai, ho il tuo bigliettino con il numero. Se ho bisogno, ti chiamo!». Mento sapendo di mentire, mentre le lascio qualche CUC per la corsa.
Il rifiuto non scalfisce minimamente il suo smalto, e mi saluta in maniera brillante, augurandomi una buona giornata.
Farmi scorrazzare da qualcuno, mettendo il piede in terra di fronte ad un monumento per poi risalire a bordo, nella semplice attesa di raggiungere il successivo, non mi sembra la miglior strategia per visitare una città. Non prima dell’ottantesimo compleanno, quantomeno.
Si azzera il rischio di imprevisti lungo il percorso — il pizzico di pepe in qualsiasi viaggio — e si perde la vera atmosfera della città, accalcandosi solo ed esclusivamente in luoghi gremiti di turisti. In cambio, forse, si ottiene la visita ad una statua o ad una piazza in più. Bell’affare.

Necropolis Cristobal Colon - Vedado - L'Avana - Viaggioscomodo.com
Palme, grandi viali ed auto d’epoca. Il mix imbattibile della Necrópolis Cristóbal Colón 🚙🌴

Varco la grande porta in stile neoromanico, allungo al custode i 5 CUC — circa 4,5 € — previsti per l’ingresso e sono dentro.
Trovo conferma di quanto avevo letto nei giorni precedenti: pur trattandosi di un camposanto, non c’è nulla di macabro. L’unica cosa inquietante, in questo luogo, è il mio senso dell’orientamento.
La pianta quadrata, che dovrebbe aiutarmi, non dà i suoi frutti.
Sull’ordinamento orizzontale, i nomi delle vie sono rappresentati da lettere: calle A, calle B, calle C e via discorrendo, fino a calle N. In verticale, abbiamo quindi calle 1, poi calle 2, fino a calle 18.
No, a quanto pare non è così.
Nella metà destra della pianta si trovano tutte le vie dispari. I numeri partono dal centro e, crescendo, si avvicinano sempre più al lato Est della Necrópolis.
In maniera del tutto speculare, le vie con cifra pari si sviluppano nella metà di sinistra. Quanto maggiore è il numero, tanto più si è vicini all’estremo Ovest.
Se non si possiede il senso pratico per capirlo, né una cartina dettagliata, si è destinati a scoprire il tutto mentre si è alla ricerca di un qualche monumento posto in calle 18 e, lasciata alle spalle calle 17, ci si trova col naso sul muro di cinta, finendo col porre in dubbio le basi dell’aritmetica apprese vent’anni prima, anziché accettare l’evidenza che le due vie siano distanti 800 metri l’un l’altra.
Fortunatamente, molti dei monumenti che valga la pena visitare son disposti lungo i due viali principali — il cardo e il decumano, per intenderci — che si intersecano al centro esatto del cimitero, nella Capilla Central, una bella chiesetta anch’essa in stile neoromanico.

La Capilla Central della Necropolis Cristobal Colon
Rifiatando nella Capilla Central, la chiesa in stile neoromanico nell’esatto centro della Necrópolis ⛪️


Nel corso della passeggiata, anche il tempo sembra prendersela comoda. I rumori della città sono spariti; ogni tanto, si incrocia qualche visitatore o, più di frequente, giardinieri e custodi e, neanche troppo di rado, si incappa in qualche auto parcheggiata sul ciglio dei viali più grandi.
Anche il sole battente si rilassa un po’, mentre si percorrono le stradine ombrate, ed il gioco delle luci proiettate sull’asfalto allieta il passaggio.

Necropolis Cristobal Colon - Vedado - L'Avana - Viaggioscomodo.com
I viali alberati del cimitero monumentale dell’Avana 🌳

Uscire dalla Necrópolis è come tornare alla realtà, vivace ma certamente non frenetica, della capitale.
Passeggiando, finisco in una via con dei palazzetti a schiera; cinque piani fatiscenti di edifici tutti adiacenti — o quasi incollati… — tra loro. Ogni stabile, dai colori variegati ma ormai stinti. ha un proprio giardinetto di pertinenza a ridosso del marciapiedi. Colmo di erbacce, neanche a dirlo.
Credo di aver trovato la polvere sotto al tappeto del Vedado. Appena ci si discosta dall’itinerario classico, salta fuori.
Mentre passeggio, qualche abitante del posto mi osserva, forse chiedendosi cosa ci faccia uno straniero davanti casa propria.
Sul ciglio della strada, incappo in qualche vecchia automobile Lada di sovietica memoria, dopo decenni ancora onnipresente in tutta Cuba.

Vedado - L'Avana - Cuba
Camminando in una zona non turistica del Vedado 🇨🇺


Concludo la strada e, chiedendo molto al mio fisico, raggiungo a passo spedito uno dei luoghi simbolo del sentimento rivoluzionario intrinseco nell’identità nazionale cubana: Plaza de la Revolución.
Nato ed abituato da sempre alle piazze di Roma, non riesco a trovar qualcosa di bello, per quanto mi sforzi. Di simbolico, di storico e di caratteristico, certamente, ma non di bello.
Impossibile non notare l’enorme murales di Che Guevara, a cui fa compagnia quello dell’eroe nazionale Camilo Cienfuegos, poco distante. La nota di colore che spezza il grigiume generale è data dai taxi d’epoca, appollaiati ai lati della piazza, con i conducenti pronti a scorrazzare qualche turista per la città.

Plaza de la Revolucion - Vedado - L'Avana - Cuba
Plaza de la Revolución, enorme, con i murales di Ernesto Che Guevara e Camilo Cienfuegos 🇨🇺

A catturare la mia attenzione è, piuttosto, il Memorial a José Martí — uno tra i più grandi eroi indipendentisti cubani, nonché autore del testo di Guantanamera — che si staglia glorioso di fronte alla piazza, con i suoi 138,5 metri d’altezza.
È l’edificio più alto della città e sono deciso a salire per dare un’occhiata dall’alto. Mi metto alla ricerca di altri 5 CUC.
Sembra che qui tutto abbia un costo — irrisorio, nella maggior parte dei casi, ma passo metà delle mie giornate a frugare in tasca, nello zaino o nel portafogli, complice anche la sostanziale inutilità delle carte di credito in tutta Cuba. Mi aspetto di sentirmi intimare “ALT! Un fiorino” ad ogni angolo.
Salgo all’ultimo piano in ascensore — 2 CUC, per restare in tema — ritrovandomi in una stanza particolarissima. La pianta dell’edificio richiama la forma di una stella, ed ogni vertice che percorro mi offre una bellissima visuale dall’alto, sempre diversa, della città. Le generose vetrate, estremamente ampie, permettono di non toglier nulla allo sguardo.
Addirittura, mentre riempio i miei occhi di questo spettacolo, noto un enorme volatile che volteggia davanti a me. Un istante dopo, ne trovo altri due, appollaiati su una rientranza della parete esterna, rimanendo esterrefatto: sono degli avvoltoi, e riempiono ogni angolo di questa torre.
Faccio più e più volte il giro del piano. Per terra, sul pavimento in marmo tirato a lucido, trovo una bussola che riporta l’indicazione della distanza dalle più importanti città del pianeta. Casa, Roma, dista 8.714 chilometri.

Memorial a José Martí - L’Avana - Cuba
Il Memorial a José Martí, l’edificio più alto della città 🏙
Dalla cima del Memorial a José Martí, direzione e distanza rispetto a Roma: 8.714 km 🇮🇹🏡

Torno con i piedi per terra, letteralmente, e faccio un giro ai bordi di Plaza de la Revolución.
Le tante auto anni Cinquanta, dai vistosi sedili in pelle e dalla scocca tirata a lucido e senza un granello di polvere, mi riportano con la mente ai colori decisi e quasi aggressivi di Centro Habana.
Le mie gambe penseranno al resto.

Gli avvoltoi planano indisturbati attorno al Memorial 🦅

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

  • i coco-taxi sono presenti ovunque a L’Avana. È un mezzo divertente per le brevi tratte cittadine e, per quanto economico, è comunque bene concordare un prezzo in anticipo;
  • la Necrópolis Cristóbal Colón, se si ha qualche giorno da passare a L’Avana, è senz’altro un posto da vedere. Data l’ampiezza ed il gran numero di monumenti presenti, inutile entrare se non si ha a disposizione almeno un’ora e mezza. Il prezzo richiesto per l’accesso è di 5 CUC, circa 4,5 €;
  • Plaza de la Revolución, molto differente dalla concezione europea di piazza — quantomeno dal punto di vista architettonico — è senz’altro un posto da vedere;
  • il Memorial a José Martí si trova a pochi metri da Plaza de la Revolución e rappresenta la migliore occasione per vedere tutta la città de L’Avana dall’alto.
    Il prezzo per l’ingresso è di 5 CUC, circa 4,5 €, che garantiscono anche l’accesso ad una piccola esposizione sulla storia di Cuba, a pian terreno.
    L’utilizzo dell’ascensore per raggiungere la sommità dell’edificio è di 2 CUC, circa 1,80 €.

Scalo lungo a Montréal. Cosa fare in città e cosa non fare in aeroporto

Vieux-Port de Montreal e Grande Roue — Canada

«Svuoti lo zaino».
«L’ho già svuotato due volte, anche davanti al suo collega. Il passaporto non c’è».
«Svuoti lo zaino», educatamente, ma senza margine di negoziazione.
Avrei voluto passare in Canada mezza giornata o poco più.
A questo punto, credo che il mio soggiorno potrebbe prolungarsi.

AirCanada - Montréal
Caffè. Il grande protagonista di questo scalo lungo a Montréal ☕️🇨🇦

Atterro a Montréal in piena notte, dopo un volo di tre ore e mezza da Varadero, Cuba.
Non dovrò prendere il mio backpack. Il dipendente AirCanada a cui l’ho affidato mi ha garantito che lo troverò direttamente a Roma. Meglio, un pensiero in meno.
Mi siedo su una poltroncina nell’ampia sala del ritiro bagagli e, dopo tre settimane passate con il telefono totalmente offline, accedo al WiFi gratuito dell’aeroporto.
Arrivano centinaia, se non migliaia di notifiche.
Progetto di passar qui la notte, fino all’alba, per poi uscire e fare un giro in città. Ho scelto appositamente un volo nel tardo pomeriggio.

Si fanno più o meno le tre di notte, quando un gentile agente di origine asiatica si avvicina a me, comunicandomi pacatamente che è necessario lasciare l’area.
Sto varcando l’uscita e vengo fermato da una robusta poliziotta, che mi si para davanti.
«Come mai non ha un bagaglio?».
«Sono qui solo per uno scalo. Lo ritroverò direttamente a Roma».
«Nessun bagaglio può restar qui di notte, per motivi di sicurezza».
«La ringrazio, ma il dipendente AirCanada di Varadero mi ha detto che non sarà necessario ritirarlo qui», ed in effetti la fascetta adesiva posta sul backpack riportava “VRA – FCO”, il codice dell’aeroporto di Fiumicino.
La poliziotta ascolta attentamente, per poi chiamare il collega asiatico e chiedergli di farmi fare un giro tra i nastri e per la sala.
Ed aveva ragione: abbandonato lì, c’è il mio bagaglio. Lo catturo rapidamente, con profonda gratitudine verso chi, nonostante l’ora tarda, non rinuncia a lavorar sodo. Avrebbero entrambi potuto fregarsene e lasciarmi andar via a mani vuote, è chiaro.
Ringrazio sentitamente e vado.

Si palesa un secondo problema, a questo punto: dove passerò la notte?
L’ambiente è ormai silenzioso ed incontrare altri esseri umani diventa un’esperienza sempre più rara.
Vorrei semplicemente sopravvivere fino alle sei di mattina e, se possibile, evitare di dormire: finirei per giocarmi il giro a Montréal, a cui tengo molto, e passerei le nove ore di volo per Roma costantemente sveglio, già lo so.
La strategia, ormai consolidata da numerose esperienze analoghe, è arrivare stremato sulla poltrona in aereo.
L’insegna del Marriott In-Terminal Hotel — smartphone alla mano, la tariffa a notte è di quasi 250 €, e se tocco il letto non mi rialzo prima di dopodomani — mi fa venire in mente che potrei accomodarmi sul bel divanetto a pian terreno, tanto più che la reception si trova al piano superiore.
Il Marriott è l’unico albergo ad esser raggiungibile senza uscire dall’aerostazione e, se avessi esigenze normali, rappresenterebbe senz’altro la scelta più comoda.
Il dado è tratto: rimango nella hall e, smaltendo messaggi, mail e notifiche, si fanno rapidamente le cinque e mezza.

Aeroporto Montreal
Lavo i denti nel bagno deserto dell’aeroporto di Montréal-Pierre Elliott Trudeau, ore 6 del mattino 🚻

Mi alzo, vado al bar per iniziare la giornata con cookie e cappuccino, stanco morto — in effetti, sono sveglio da quasi ventiquattr’ore ed ancora sento sulla pelle il sole preso in spiaggia a Varadero.
Lavo i denti e trovo il deposito bagagli, nei pressi dell’uscita.
Pago con carta i 12 dollari canadesi (o CAD, o ancora C$) — meno di 8 € — per lasciare il mio backpack e sono pronto per un po’ di avventura.
Ho già avuto un assaggio di Canada qualche settimana fa, nell’anglofona Toronto, capoluogo dell’Ontario. La distanza in linea d’aria non è siderale — circa cinquecento chilometri, che nel secondo paese più esteso al mondo potrei etichettare come due passi — ma ora son finito in Québec, nel Canada Francese.

Sono le 7 del mattino e c’è già un bel sole, ma l’aria è decisamente fresca, pur essendo agosto.
Salgo sul pullman6,50 €, pagati alla biglietteria automatica — e cerco di non cadere in coma, nei 40 minuti di tragitto che mi separano dal centro città.
A bordo non c’è nessuno e l’autista, facendo due chiacchiere, mi suggerisce di scendere di fronte al portale d’entrata Nord di China Town: rosso, con motivi e scritte cinesi lungo tutta la superficie e due grandi leoni di pietra a far da guardia. Spicca come un cactus nel deserto.
Accanto, un enorme murales colorato, che raffigura una giovane donna dagli occhi a mandorla con trucco ed abiti tradizionali, intenta a salutare. È un’opera particolarmente celebre, realizzata da Gene Pendon e Bryan Beyung, due famosi street artist locali.
Sarà semplice da individuare, al momento del rientro — non guasta mai.
L’autista, oltremodo premuroso, mi indica il punto esatto dove aspettare il pullman per tornare in aeroporto — il negozio Davidson Audio/Video, con un bel logo verde lime su sfondo nero, che imprimo nella mia mente — e mi lascia con un avvertimento: «Rientra almeno 4 ore prima del decollo. Potrebbe esserci molto traffico», per poi chiudere le porte del bus e continuare la corsa.

Montréal, Canada — China Town — Boulevard Saint-Laurent
Il portale d’ingresso di China Town, lungo Boulevard Saint-Laurent ⛩🇨🇳🇨🇦

Passo sotto al portale ed inizio a camminare.
La via — Boulevard Saint-Laurent, che qui chiamano the Main, ovvero la strada principale — è lunga, costellata di negozietti cinesi da ambo i lati. Chiusi, naturalmente: non sono neanche le otto del mattino.
La felpa mi ripara dal freddo, ma non dal sonno: mi rintano in una caffetteria e rimango lì per tre quarti d’ora. Se non avessi gli occhi aperti da un giorno intero, direi che mi godo il risveglio.
Affogo la testa in una damigiana di caffè americano e smanetto con il telefono, aggiornandomi un po’ su cosa sia successo nel mondo dall’ultima volta in cui ho avuto modo di leggere un articolo o guardare un notiziario. Pubblico un’immagine su Instagram, ritocco qualche foto tra le tante scattate a Cuba, ripensando al micidiale sbalzo di temperatura in cui sto per tuffarmi nuovamente.

Mi alzo e, salutando la cassiera, torno in strada, prima che possa accasciarmi sul tavolo.
Questi quindici gradi mi pungono la pelle, tenendomi vivo ed attivo, mentre mi dirigo verso il primo obiettivo della giornata: la Basilica di Notre-Dame, conclusa nel 1829 ed inserita nella splendida cornice del centro storico, che prende il nome di Vieux-Montréal.
Lo stile neogotico della facciata cattura immediatamente l’occhio, come un invito ad entrare ed ammirare gli interni policromi, la volta stellata su sfondo blu notte ed il magnifico organo, che conta più di novemila canne.
Accoglie quasi un milione di visitatori l’anno e vale senz’altro i 10 C$ — circa 6,5 € — spesi per entrare.
La basilica apre alle 8 in punto per i visitatori, e trovarmi qui poco dopo l’orario iniziale d’ingresso mi permette di godermi ogni dettaglio senza turisti tra i piedi.

Notre-Dame de Montréal, Canada — Volta
Un dettaglio della volta della basilica di Notre-Dame de Montréal, con le stelle dorate su sfondo blu notte 🌌

Uscito da qui, vengo catapultato nell’ottocentesca Place d’Armes, recentemente restaurata.
Tra le tante attrazioni, in cui spicca il Maisonneuve Monument — dedicato al fondatore della città — a catturare la mia attenzione sono le curiose e sarcastiche statue in bronzo dell’artista Marc-André J. Fortier, originario di Montréal, che animano gli angoli della piazza.
Grattacieli ed edifici art déco, tra i quali c’è anche la sede della Bank of Montréal, completano il quadro.

Place d’Armes, Montreal — Canada - GoPro

Saluto le statue e, in cinque minuti scarsi di camminata, sono immerso in una parte della città che, più che in Nord America, mi riporta dritto in Europa, per la differente architettura ed il calore delle sue stradine pedonali.
Sono all’incrocio tra l’infinita Boulevard Saint-Laurentthe Main, per l’appunto, che con i suoi undici chilometri taglia la città da Nord-Ovest a Sud-Est — e Rue Saint-Paul. Il fiume St. Lawrence è davvero a due passi, in questo angolo di Montréal dove il mattone domina rispetto a vetro, metallo e cemento delle aree più moderne.
Tra pub, fiorai e piccoli negozi, mi ritrovo a bere una Coca Zero in Place Jacques-Cartier, che si affaccia sul porto storico, il Vieux-Port, per poi infilarmi comodamente nello storico Marché Bonsecours, il mercato pubblico di Montréal, che si staglia con la sua imponente cupola in stile neoclassico su tutti gli altri edifici di Rue Saint-Paul Est.
Compro una serie infinita di bottigliette in vetro a forma di foglia d’acero, piene di sciroppo fino all’orlo, per poi tornare all’entrata della struttura e godermi la vista sulla Grande Roue, la ruota panoramica, ora di fronte a me.

Riconosciuto come uno dei dieci edifici storici più belli del Canada, il Marché Bonsecours è un vivace mercato che mette in mostra artisti, designer e artigiani del Québec.

Montréal — Sito ufficiale

Attraverso la strada per far due passi nel tranquillo Vieux-Port, godendomi con tranquillità questa pace surreale. Pochi passanti, mentre qualche food truck inizia timidamente ad aprire, ed un leggero venticello a darmi sollievo mentre il sole, ormai alto nel cielo, inizia a farmi rimpiangere le temperature autunnali della prima mattina.
Orbito attorno a questi camioncini che propongono ogni sorta di street food, dai classici ma sempre attuali hamburger ed hot-dog fino ai più fantasiosi biscotti farciti, banane glassate e churros. Ho già avuto il piacere di sperimentare la qualità e la pulizia dei food truck canadesi a Toronto, e qui a Montréal non resto deluso. All’apertura, sono il primo cliente.
Ogni camioncino è attrezzato con condimenti d’ogni tipo e, con una decina di euro — che posso pagare con carta di credito — ne esce un pranzo da re.

Vieux-Port de Montreal e Grande Roue — Canada
Vieux-Port de Montreal — Canada — Grande Roue

Soddisfatto, mi accingo a rientrare alla base, non prima di aver preso un altro caffè.
Trovo facilmente la fermata e, dopo qualche minuto d’attesa, sono sul pullman, combattendo contro il sonno che ormai non mi dà tregua, mentre mi ritrovo con la fronte involontariamente spalmata sul vetro alla mia destra.
Un’oretta dopo, sono di nuovo in aeroporto, stavolta pieno di vita.
Ritiro il backpack, lo consegno al banco per peso ed imbarco e, in un lampo, sono ai controlli in attesa del mio turno, munito di bagaglio a mano e passaporto.

«Metta anche il passaporto nella vaschetta», mi indica con tono severo l’addetto alla sicurezza.
«Preferirei portarlo, tanto non è in metallo», obietto.
«No, va nella vaschetta. Poi passi sotto il metal detector», rilancia lui.
Vorrei evitare di finire in una puntata di “Airport Security — Canada” e, tutto sommato, mi ricongiungerò con il mio documento tra una ventina di secondi.
Mio malgrado, accetto di non far di testa mia, una volta nella vita.
Niente ferraglia addosso, e in un istante sono all’estremità opposta del nastro che mi ha già riportato zainetto ed effetti personali, freschi di scansione ai raggi X.
Neanche il tempo di metter le mani in pasta ed il distinto signore anziano che mi precedeva in fila mi rivolge la parola.
«È suo questo?», brandendo il mio biglietto aereo.
«Sì, grazie…», mentre cerco di capire per quale motivo me lo stia porgendo.
«Era sul nastro», senza bisogno di chiedere, per poi andar via frettolosamente.
Era sul nastro?! Ma se era ben custodito nel passaporto, che avevo riposto nella vaschetta in plastica, come richiesto dal poliziotto…
Ringrazio il signore e scavo energicamente tra felpa, iPhone, occhiali da sole. Niente, il passaporto non c’è.
Controllo nello zaino, consapevole dell’inutilità di quest’ultimo passaggio, e mi rivolgo immediatamente al preposto, in piedi a due passi da me.
«Mi perdoni, ma non c’è più il mio passaporto».

«Controlli in tasca. È sempre in tasca, in queste situazioni».
Faccio prima ad obbedire che a rispondere.
«No, non c’è», ovviamente.
«Allora, è nello zaino. Il 99% dei passeggeri che perde qualcosa la ritrova in tasca o nello zaino».
Non ho motivo di dubitarne, ma spiego al signor ISTAT qui presente che ho appena effettuato questo controllo in autonomia.
«Lo svuoti, dev’essere lì», educato ma incalzante.
Armandomi di santa pazienza, e consapevole che il mio volo partirà tra tre ore — anzi, quattro, portando circa sessanta minuti di ritardo, quantomai benedetti — mantengo la calma e mostro il contenuto del mio zaino, fino ad arrivare agli auricolari e alle chewing-gum nel taschino anteriore.
Nel mentre, i controlli sono ancora in corso a pieno regime, e passeggeri d’ogni sorta transitano freneticamente alle mie spalle.
«È sicuro di aver portato il passaporto con sé? Potrebbe averlo perso prima del metal detector».
«Ne sono sicuro. Il suo collega mi ha chiesto di metterlo nella cassetta, nonostante non volessi farlo».
Il poliziotto è visibilmente perplesso e, per non saper né leggere, né scrivere, chiama il suo degno compare. Gli spiega rapidamente la situazione e, poi, riprende il suo posto originario.

«Svuoti lo zaino. Dev’essere lì. Ogni volta che un passeggero perde qualcosa, in realtà l’ha già rimessa a posto».
«Guardi, non serve. L’ho già svuotato due volte, anche davanti al suo collega. Non potrebbe essersi incastrato sotto il nastro, o magari dentro lo scanner a raggi X, piuttosto?», mantenendo la calma e mostrando un piglio molto costruttivo, tutto sommato.
«Svuoti lo zaino», ribatte in pieno stile disco preregistrato.
Felpa, fotocamera, spazzolino da denti, auricolari, Lonely Planet, portafogli e via dicendo. Tutto sul tavolino, per la terza volta.
«Non c’è…», sancisce lui, dopo una meticolosa osservazione.
«Mi perdoni — con calma olimpica, come se il documento non fosse il mio — ma non possiamo controllare sotto il nastro? La vaschetta ha dei bordi bassissimi, probabilmente sarà finito fuori».
«In questo momento non si può. Non ho l’autorizzazione per bloccarlo. Devo chiamare il mio superiore. Aspetti qui, per favore», e mi lascia a pascolare in purgatorio per una decina di interminabili minuti.
Nel mentre, controllo minuziosamente ogni vaschetta alla mia portata, senza alcun esito.

Arriva il superiore, un signore di mezza età baffuto, alto forse un metro e settanta e dai modi squisiti.
«Non si preoccupi, ora risolviamo tutto. Tutta l’area è monitorata con le videocamere di sorveglianza. Non sfugge nulla. Se qualcuno ha preso il suo passaporto, lo individueremo».
Sorrido ed annuisco con il capo, senza dir nulla. Quest’uomo trasuda fiducia da tutti i pori. È chiaramente il mio angelo custode, ed in lui ripongo grandi aspettative per l’immediato futuro — leggasi rientro a Roma.
Mi guarda in maniera infinitamente gentile e, con fare proattivo, si predispone a mettere in piedi il piano d’azione.
«Svuoti lo zaino, per favore».
Non sono arrabbiato. Sono deluso.
Mentre inizio a rivoltare lo zaino come un pedalino per l’ennesima volta — e forse, a questo punto, mi converrebbe evitare del tutto di ricomporlo, lasciando le mie cose sul tavolo a mo’ di mercatino dell’usato — l’angelo custode mi segnala che sono appena arrivate le immagini delle telecamere a circuito chiuso sul suo dispositivo portatile.
In un fotogramma, il passaporto esce dallo scanner a raggi X, seppur fuori dalla vaschetta; nel successivo, non ce n’è più traccia. Sparito. Volatilizzato.

Mr. Custode chiama il suo superiore, salutandomi e lasciandomi una massima per il futuro: «Mi raccomando, quando fa i controlli, tenga sempre con sé il documento».
Lo guardo incredulo e scelgo di mordermi la lingua. Le tre settimane trascorse a Cuba mi hanno reso una persona migliore, evidentemente.
«Non è di metallo, può portarlo in tasca e, se gli agenti le chiedono di metterlo nella vaschetta, gli risponda di no» e, raccolto il mio ringraziamento, se ne va, chiedendomi di aspettare il suo responsabile.

Paziento per un lasso di tempo indefinito — due minuti, o magari venti, neanche mi rendo conto, che sfrutto per avvisare la famiglia circa il mio futuro nebuloso ed incerto.
Ad interrompere l’attesa è una donna elegantissima, che mi saluta con un bel sorriso, chiedendomi di raccontarle esattamente cosa sia successo.
Colpo di scena: è italiana.
Punto bonus: non mi chiede di svuotare lo zaino — l’imbattibile senso pratico made in Italy — facendomi uscire da questo cortocircuito fatto di “svuota lo zaino, riempi lo zaino”, “metti la cera, togli la cera, Daniel san”.
Mentre le spiego l’accaduto, il nastro viene finalmente disattivato e, tempo zero, un addetto cerca di setacciarne ogni centimetro, alla ricerca del passaporto.
Sembra una figura mitologica, con il corpo da uomo e la testa da scanner.
Sento la vittoria in tasca.
«Non c’è», evidentemente mortificato.
«Non c’è?», chiedo io, esterrefatto.
E, poi, mi rivolgo alla responsabile, facendo una domanda di cui conosco già la risposta: «Avendo mostrato il passaporto al rientro in aeroporto, mi faranno ugualmente partire, vero?».
«Non preoccuparti — elude l’interrogativo con fare brillante — abbiamo tre ore, lo troveremo».
Ok, talvolta una non-risposta è efficace quanto una risposta.
Voglio morire, e tra due giorni avrò una riunione in ufficio.

Mentre inizio a fantasticare sulla mia nuova vita in Canada, fatta di food truck, sciroppo d’acero e sport invernali, vedo avvicinarsi il primo agente a cui ho segnalato il fattaccio.
In mano ha una sorta di libretto, con delle pagine ricurve, effetto bigodino.
È di fronte alla responsabile e a me.
«È questo?», porgendomi un passaporto italiano.
«Sì, è questo! — abbandonando istantaneamente la prospettiva di un’esistenza canadese — Dov’era, se posso chiedere?».
«Era rimasto schiacciato tra due vaschette».
Le stesse vaschette che avevo controllato una ad una di persona, certo.
Evito ulteriori domande e ringrazio la responsabile e gli addetti — non si può dire che non si siano fatti in quattro per aiutarmi, nonostante la défaillance iniziale.

Aeroporto Montréal — Alce hockey
Uno degli alci in tenuta da hockey onnipresenti nell’aeroporto di Montréal 🏒🇨🇦

Punto il corridoio che mi porta ai gate, vivendo con ritrovata leggerezza il tempo che mi separa dall’imbarco.
Spendo qualche ultimo dollaro canadese rimasto nel portafogli per un caffè caldo.
Scatto una foto con un alce antropomorfo a dimensione umana in tenuta da hockey e, finalmente, sono pronto a rientrare, chiudendo l’esperienza di un lungo scalo che non potrò dimenticare.
Passaporto alla mano, naturalmente.

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

  • la distanza tra l’aeroporto ed il centro città, se la strada è libera, si percorre in circa 40 minuti con il comodo pullman, in partenza fuori dal terminal degli arrivi.
    Il prezzo del biglietto, per singola tratta, è di 12 C$, poco meno di 8 €
  • grazie alla vicinanza tra tutti i punti d’interesse indicati, il percorso che ho realizzato si può portare avanti a piedi, senza affanno, in mezza giornata
  • l’entrata nella basilica di Notre-Dame, in qualità di visitatori, è concessa dalle 8:00 alle 16:30 dal lunedì al venerdì; dalle 8:00 alle 16:00 il sabato; dalle 12:30 alle 16:00 la domenica, infine.
    Il prezzo del biglietto è di 10 C$ (circa 6,50 €), che scendono a 5 C$ (circa 3,25 €) per visitatori dai 7 ai 17 anni d’età. Gratis per i bambini entro i 6 anni.
    Per aggiornamenti ed ulteriori info, riporto il sito ufficiale della basilica
  • come utili risorse, ecco il sito della città di Montréal e del Vieux-Port, ambedue disponibili in lingua inglese e francese
  • infine, il sito ufficiale del brillante artista montrealese Marc-André J. Fortier

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Una cena al Vedado, L’Avana

Hotel Nacional - Cena al Vedado - L'Avana - Cuba_2

Un essere umano, durante la sua permanenza a Cuba, è composto per il 65% di ropa vieja. La rimanente parte del suo peso è rappresentata da un misto di organi e daiquiri al limone, ossa e mojito, muscoli ed aragosta.
La ropa vieja è un grande classico della gastronomia creola, una commistione di sapori provenienti dalla cucina europea e da quella africana.
Nell’ottica del recupero — o, più efficace, del non-si-butta-niente — l’ingrediente alla base è la carne di manzo di seconda scelta, scartata o avanzata da altre preparazioni, che viene sfilacciata e cucinata con aglio e cipolla, insaporita con cumino e alloro e spezie varie, colorata con pomodori e peperoni rossi e gialli.
Infine, la si serve con dell’arroz — il riso — e, spesso, con delle sfiziose fettine di platano fritto.
Cercare la ropa vieja mentre si è a spasso per strada, a L’Avana, non deve rappresentare una preoccupazione, né un chiodo fisso, né tantomeno un’attività a cui destinare tempo ed energie: sarà lei a trovare voi.
Si farà notare nei ristoranti tipici gestiti da privati e famiglie, i paladares, con tutto il suo sapore, ma senza fronzoli; si inserirà nei menù dei bistrot e dei locali più ricercati, adeguandosi ed assumendo una forma più elegante; ritornerà nelle bettole a due passi dal bagnasciuga, sbattuta con un mestolaccio in un piatto di plastica, permettendo ai commensali di tornare in acqua solo al calar del sole.

Uno scorcio del Vedado, celebre quartiere residenziale di L'Avana, Cuba
Uno scorcio del Vedado, celebre quartiere residenziale di L’Avana, Cuba 🇨🇺

Stasera, magari, la incontrerò al Vedado.
È la mia prima visita qui, dal momento in cui sono arrivato a Cuba.
Preso dai colori della Habana Vieja, dalle sue meravigliose piazze storiche dove c’è vita ad ogni angolo e dall’odore di sigaro che pervade ogni ritrovo degli abitanti, ho trascurato la parte moderna della città, con il suo quartiere residenziale per eccellenza.
Prima ancora di passeggiare nella monumentale Necrópolis Cristóbal Colón, di immergermi nell’immensa quanto scarna Plaza de la Revolución e, magari, di ammirare la città dal suo edificio più alto, il Memorial a José Martí, voglio passar qui quel che rimane della giornata.

Hotel Nacional de Cuba - Vedado, L'Avana
L’ingresso dell’Hotel Nacional de Cuba, l’albergo più importante ed iconico del paese 🏨🇨🇺

Il coco-taxi — la risposta cubana al tuk tuk thailandese — sfreccia lungo il Malecón, con il vento che riesce nell’impresa di scompigliare i miei corti capelli.
Osservo locali e turisti passeggiare in questo soleggiato ma mite pomeriggio di agosto, mentre in un attimo mi ritrovo al cospetto dell’albergo più famoso qui a L’Avana: l’Hotel Nacional de Cuba.
L’entrata, con la stupenda facciata in stile liberty, è un carosello infinito di auto d’epoca d’ogni colore che scaricano ospiti e visitatori per caricarne degli altri.
Oltrepasso l’affollato ingresso, e nel trambusto generale di concierge, facchini ed inservienti vari, faccio a malapena caso agli ambienti interni, illuminati dagli enormi lampadari in metallo e cristallo.
Tiro dritto verso il lato opposto dell’edificio e sono negli ampi giardini, che affacciano sul mare.
Prendo un mojito al bancone del bar e mi godo lo spettacolo — tre minuti, tempo limite entro il quale riesco a darmi pace stando fermo.
Lontani dalle panchine — prese d’assalto dai turisti che, alle sette e mezza di sera, si sentono più tranquilli a sfidare il sole d’agosto — vedo dei puntini blu muoversi tra il brillante verde del prato all’inglese. Sono i pavoni, che scorrazzano liberi nelle aree più remote di questi grandi giardini.
Vado a far loro compagnia, dandogli un po’ noia, forse.

Pavone - Hotel Nacional de Cuba
Un pavone nei giardini dell’Hotel Nacional de Cuba, a L’Avana 🇨🇺

Il karma si prende giusto una mezz’oretta, prima di presentarmi il conto.
Spinto dai morsi della fame, finisco per essere ostaggio dei procacciatori, mentre cerco un posto per cenare tra Calle 21 ed Avenida 23, superando via via gli incroci con Calle N, Calle M, Calle L e via discorrendo — la fantasia cubana ha evidentemente ceduto il passo al pragmatismo, quando si è trattato di assegnare dei nomi alle strade del Vedado.
Mi son fissato con un paladar conficcato chissà dove, segnalatomi da qualche abitante del posto come una gemma nascosta. Intuisco che si siano impegnati davvero molto a celarla, mentre il sole è tramontato ed inizia pian piano a calar la notte.

Vedado - L'Avana - Cuba
Il Vedado nel tardo pomeriggio, lasciando il viale dell’Hotel Nacional, tra coco-taxi ed auto d’epoca 🌆

Nel mentre, passo davanti a qualche bel ristorante moderno con pareti a vetri. Procedo oltre, perseguitato dalla cantilena di un cubano alto e magro, con la pelle talmente scura che quasi stento a distinguerlo nell’oscurità generale, che da dieci minuti prova a convincermi a cenare nel locale per il quale lavora, naturalmente il migliore di tutto il paese.
L’avevo oltrepassato e seminato, allontanandomi con ottimismo dall’Hotel Nacional alla ricerca del paladar, ma le nostre strade si sono incrociate di nuovo, dopo che il fallimento mi ha riportato sui miei passi.
Il tanto decantato «no moleste, por favor» di qualsivoglia guida che si rispetti — basta pronunciarlo e sparisce ogni male, sulla carta — non ha alcuna efficacia, soprattutto se si è l’unico straniero nel raggio di duecento metri a non avere ancora il posteriore su una qualche sedia o sgabello che sia.
Accelero e semino il mio indesiderato compagno di viaggio, quando l’occhio mi cade su un edificio troppo brutto per non esser notato, adornato da una cartello tondeggiante che recita Café Laurent. Mi ispira.

«Mi dispiace, ma dal ristorante mi dicono che l’unico posto ancora libero è al bancone. Nessun tavolo disponibile», mi dice il grosso buttafuori mulatto all’entrata del palazzo, illuminato dalla sola fioca luce dei lampioni e della minuscola insegna del ristorante, sentendosi quasi in colpa.
«Non si preoccupi, il bancone andrà bene, non è un problema», lo tranquillizzo.
Non mi dispiace come soluzione. Avrò modo di buttar l’occhio durante la preparazione dei cocktail, e magari di far due chiacchiere.
«Ok, se davvero le va bene il bancone, allora può salire con l’ascensore fino al quinto piano».
È premuroso a sincerarsene una volta di più, ma questo eccesso di zelo lascia presagire una cena da incubo, temo. Oltretutto, l’edificio è poco illuminato e piuttosto fatiscente.
Non mi lascio suggestionare troppo. A Cuba spesso è così: facciate da brivido ed interni incantevoli, palazzi diroccati che sostengono rooftop da lasciar senza fiato.
Mai giudicare un libro dalla copertina, su quest’isola. Ringrazio e vado verso l’entrata.

«Il Café Laurent è un sofisticato ristorante un po’ incongruamente incastonato in un condominio di appartamenti anni ’50, palesemente brutto, nei pressi dell’Edificio Focsa»

Vedado — Cuba, Lonely Planet

«Buonasera, — mi accoglie brillante la cameriera — le hanno detto che è disponibile solo il bancone?».
«Sì sì, va benissimo», ricambiando il sorriso.
«Ok, allora mi segua».
Sono pronto al peggio, dopo l’ennesima domanda, ma non mi preoccupo più di tanto. Al più, avrò uno sgabello sgangherato ed un tavolino scomodo, nulla di grave.
Procedo sui passi della ragazza, passando nella sala principale, con le pareti di un colore tenue e tanti ritagli di vecchi giornali incorniciati ed appesi.
Noto un minuscolo bancone tondeggiante, metà del quale è occupato da bottiglie di rum, cannucce e fazzoletti di carta. Dietro — sostanzialmente incastrato — il barman.
Prego solo affinché mi sia simpatico, a questo punto.
La cameriera lo oltrepassa, ed io inizio a non capire. La stanza ormai è finita.
Si ferma e mi guarda: «Va bene qui?», indicando il davanzale interno della grande finestra.
Intuisco finalmente che, forse, mi parlavano del balcón — il balcone — e non del bancone. Meglio tardi che mai.
Di fronte a me, la luce crepuscolare dipinge il cielo di tonalità rosse, carta da zucchero, rosa. Riesco a scorgere addirittura il mare e, sotto di me, le strade e gli edifici del Vedado.
Sulla destra, a coprire la visuale, l’imponente Edificio Focsa, un enorme casermone di 121 metri che ospita uffici, negozi ed un ristorante all’ultimo piano.
«Scherzi?! Certo che va bene!».

Café Laurent - Tramonto al Vedado - L'Avana - Cuba
Il panorama durante la mia cena sul davanzale del Café Laurent al Vedado. Sulla destra, un dettaglio dell’Edificio Focsa 🌇

Appollaiato a due passi dal vuoto, ordino la ropa vieja, che mi ha spinto fin qui.
Ottima. È cotta e saporita al punto giusto.
Compiaciuto, provo a contare i piani del Focsa — trentanove, indovinato — mentre continuo a chiedermi quanti anni di galera siano previsti nel caso in cui un bicchiere cadesse di sotto e colpisse un passante.

Soddisfatto, me ne torno verso il Nacional per sorseggiare un buon daiquiri al limone nel giardino ormai vuoto e silenzioso. Anche i pavoni sembrano essersi ritirati, mentre mi prendo quest’ultimo momento di pace prima del rientro a piedi lungo il Malecón, che un metro dopo l’altro mi riporta alla caotica e rumorosa realtà dell’Habana Vieja, un’altra città rispetto al Vedado.
Tutto sommato, a Cuba la ropa vieja ti troverà sempre. La cosa fondamentale è incontrarsi nel posto giusto.

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

  • immancabile, per chi visita L’Avana, un passaggio all’Hotel Nacional de Cuba. L’ingresso ai giardini è libero. I prezzi dei cocktail — decisamente superiori rispetto agli standard della città — sono ai livelli delle principali città europee: 10-12 CUC (tra i 9 e gli 11 € all’incirca).
    Per chi volesse soggiornare in questo prestigioso albergo, il pernotto al Nacional può esser riservato anche attraverso i più diffusi portali per le prenotazioni alberghiere, come ad esempio Booking.com — fattore da non dare per scontato nel panorama ricettivo cubano.
  • consiglio il Café Laurent per qualità del servizio e del cibo, nonché per la posizione, a circa 300 metri dall’Hotel Nacional. Il locale è più di nicchia rispetto alla gran parte degli altri paladar ed i prezzi vanno di pari passo: a titolo d’esempio, 13,50 CUC per un piatto di ropa vieja (circa 12,30 €). Nulla di inaccessibile, ad ogni modo.
    Combattete per un tavolo con vista o, non fosse ormai ovvio, per il davanzale.
    L’indirizzo è Calle M, 257, a metà strada tra l’incrocio con Calle 19 e quello con Calle 21.
    Il punto di riferimento più prossimo, per praticità, è l’Edificio Focsa, a circa 70 metri di distanza.
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Kirkenes, Finnmark orientale. Come si scrive “Norvegia” in cirillico?

Sono di fronte alla rampa di uscita della nave, il famoso postale dei fiordi Hurtigruten.
La pesante e voluminosa porta che ci separa dall’esterno è presa d’assalto da decine di naviganti.
Come se la terraferma — ferma, per l’appunto — potesse andare da qualche parte, per di più di domenica mattina.
Si inizia a sparger la voce, forse partita da qualche membro dell’equipaggio, che fuori stia piovendo. Indosso il mio K-Way color verde torba — compagno di viaggio immancabile quando si visitano certe latitudini in estate — ed inizio a caricarmi come un mulo, con backpack sulla schiena, zaino sul petto ed in mano, impacchettato alla meno-peggio, un plico contenente la pergamena che attesta la mia visita a Capo Nord del giorno prima.
Dovrei esser pronto, ed ormai ci siamo. I capifila iniziano a defluire. Mi perdo la cerimonia di premiazione dei primi tre classificati, a cui faccio solo ora i miei complimenti, ed avverto subito delle goccioline di pioggia atterrare sulla mia testa.
Mi guardo intorno, sul desolato piazzale che sto attraversando, e cerco di capire in quale direzione andare, non appena varcato il cancello del porticciolo.
Prelevo l’iPhone dalla tasca, mi riparo per qualche istante sotto la striminzita tettoia di un negozietto di souvenir e, data un’occhiata alla mappa, decido di incamminarmi.
Intorno a me, qualche casetta a schiera con giardini antistanti pieni di alberelli spelacchiati e tetti a spiovere, fondamentali da queste parti.
Faccio un paio di foto, per poi metter via il telefono e procedere a dita incrociate.
La lieve pendenza mi porta — spero — verso l’hotel, che dovrebbe essere ad un paio di chilometri da qui.
Finalmente, compare qualche indicazione. È riportata anche in caratteri cirillici.
Sono felice di esser qui, seppur inizialmente perplesso. Ma dove sono finito?

VIDEO — Il mio arrivo a Kirkenes, appena sceso dal postale dei fiordi 🚢 🇳🇴

Sono ancora in terra norvegese, anche se non sembra affatto.
L’aria che si respira è quella della cittadina di confine, a dieci chilometri dalla vicinissima Russia e non così distante dalla Finlandia.
Mi trovo nella terra del popolo Sami, il Finnmark, che della Norvegia è la regione più settentrionale. Con maggior precisione, sono a Kirkenes, ridente cittadina di due chilometri quadrati e 3.444 anime.

«Benvenuti in uno degli angoli più remoti d’Europa»

Finnmark orientale — Norvegia, Lonely Planet

D’altra parte, i numeri non sono tutto, e Kirkenes — che si pronuncia “Circhenes” — si è ritagliata un suo ruolo strategico nell’estremo Nord della Scandinavia sia sul piano logistico che su quello culturale.
La mia presenza qui, non a caso, deriva originariamente dal primo di questi due aspetti, che mi permetterà di dedicarmi al secondo: dal 1908, il postale dei fiordi — la nave che collega tutte le principali località sulla costa della Norvegia — trova il suo capolinea settentrionale in Kirkenes, dove avviene l’inversione di rotta con destinazione finale Bergen, nel Sud del paese.
È qui, poi, che ritroviamo uno degli aeroporti più sviluppati della Norvegia del Nord, che consente l’atterraggio ed il decollo dei grandi Boeing 737 di Scandinavian Airlines e Norwegian, laddove la gran parte delle aerostazioni circostanti — tra cui quella di Honningsvåg, a due passi da Capo Nord — è attrezzata per i soli voli locali operati dalla compagnia regionale norvegese Widerøe.
Per una grossa fetta dei viaggiatori che arriva fin qui, tuttavia, l’esperienza di questa sperduta cittadina si consuma in un breve tragitto in pullman, che attende i viaggiatori nel parcheggio del porto per consegnarli direttamente al terminal aeroportuale, pronti per rientrare a casa.
Io non ho alcuna fretta di tornare nella mia Roma e, qui a Kirkenes, voglio trascorrere due giorni a ritmo lento. Voglio godermi quella che considero una bella conquista appena raggiunta. Ho toccato Capo Nord zaino in spalla dopo un tragitto di 23 ore passate in treno, 6 in pullman e 18 in nave, a cui si sommano le 4 ore spese in volo nel triangolo Roma-Belgrado-Stoccolma ed un’ulteriore giornata passata in mare per arrivare fin qui.

Le indicazioni sono riportate sia in norvegese, sia in russo 🇳🇴🇷🇺
Passeggiando al centro di Kirkenes, di domenica mattina 🌳

Tra calcoli e ragionamenti vari, mentre mi convinco di quanto son figo ad esser finito in un posto che, a scuola, vedevo sulla cartina fisica dell’Europa chiedendomi “ma cosa farà la gente che finisce lassù?”, ecco sbucare il logo e le bandiere del mio hotel.
La porta d’accesso dà proprio sulla piazza principale, totalmente deserta.
«È domenica mattina anche per loro», tiro le somme tra me e me, mentre mi avvio verso la reception.

La ragazza al desk mi accoglie con un bel sorriso, per poi darmi una news ancor più dolce: sono le dieci del mattino ed il check-in è previsto a partire dalle 15:00, ma la mia camera è già pronta.
Dopo due notti passate in una cabina striminzita e senza neanche un oblò, dove ho pagato il prezzo di ogni singola onda infrantasi sullo scafo della nave, non vedo l’ora di aprire la porta ed entrare.
Spargo i miei vestiti ovunque, mi concedo una doccia rigenerante e, poi, raggiungo la spa — decisione totalmente coerente con il dolce far niente al quale ho deciso di dedicarmi in questa domenica.
Porto con me la Lonely Planet, per stabilire un piano di battaglia per i prossimi due giorni, e scopro che la bella piscina indoor nella quale mi trovo ammollo è la più orientale — in senso geografico, non stilistico — di tutta la Norvegia. Più ad Est, nemmeno una pozzanghera.
Avviso tempestivamente parenti, amici e follower. Rimugino se questa sia una conquista addirittura superiore a quella di Capo Nord e, nel dubbio, festeggio entrando nella piccola ma curatissima sauna. Sono talmente soddisfatto da prender sonno sui listelli di legno, rilassandomi nell’avvolgente silenzio di questo forno norvegese.

Mi sveglio — che è già un bel risultato, rispetto alle premesse… — e sento i morsi della fame.
Preparandomi in camera, butto l’occhio fuori dalla mia enorme finestra, che definirei quasi una parete a vetri. Nonostante il sole sorga alle 2:45 di notte in questo momento dell’anno, non sono preoccupato: le tende, come in qualsiasi struttura ricettiva nel Circolo Polare Artico, sono estremamente spesse.
Esco, c’è qualche ragazzo in giro in bici, ma nulla di più. La pace regna ancora sovrana.
Scelgo di mangiare un boccone al Salt Restaurant & Bar, uno stupendo ristorante di pesce con piatti di ispirazione asiatica. Rispetto al resto della Norvegia, estremamente cara, Kirkenes ha dei prezzi più umani. Opto per una bella poke bowl di salmone crudo, verdure e riso per 100 corone norvegesi (circa 9,10 €) ed una gustosa bisque con dell’halibut, per 120 NOK (11 €).
Concludo, tra una chiacchiera e l’altra con un simpatico cameriere lituano, sorseggiando un caffè mentre leggo degli articoli sulla storia di questa regione.

Poke bowl di salmone crudo al Salt Restaurant & Bar, per 100 NOK (circa 9,10 €) 🐟🍚

Prima di andare, decido cosa fare domani, l’ultima giornata piena del mio viaggio.
Le attrazioni clou di questa regione, neanche a dirlo, si concentrano nel periodo invernale, tra la caccia all’aurora boreale, le uscite con le slitte trainate dai cani ed i tragitti in motoslitta.
D’altra parte, Kirkenes offre alcune opzioni molto interessanti anche nella stagione estiva.
Una posso escluderla a prescindere: la visita del confine russo, con un passaggio oltre la frontiera e rientro in giornata. Non mi dispiacerebbe ma, strano ma vero, al momento non ho il passaporto — proprio io, che lo porto con me anche per le trasferte Roma-Milano.
Stava scadendo e, non avendone bisogno in Scandinavia, l’ho lasciato alla Polizia per ottenerne presto uno nuovo e, ahimè, senza più alcun timbro. Inoltre, avrei comunque bisogno del visto per entrare in Russia.
Alternativa interessante sarebbe, poi, una battuta di pesca al granchio gigante. Una sorta di Deadliest Catch in salsa norvegese. Il meteo, però, è molto incerto. Prometto a me stesso di fare quest’esperienza a stretto giro, tanto non sarà di certo l’ultima trasferta a latitudini artiche.
Decido, quindi, di fare una visita al Borderland Museum (il Museo della terra di confine), o Grenselandmuseet, dove potrò approfondire la storia del Finnmark e saperne di più sulla cultura dell’affascinante popolo Sami, che abita questa regione da ormai 5.000 anni.

Un segnale realizzato e posizionato specificamente per me 🇮🇹

La giornata successiva inizia con una delicatissima e bilanciata colazione a base di salmone affumicato e polpettine di carne svedesi (sì, come quelle dell’IKEA).
Abituato, in questo viaggio, ad hotel molto carini ma senza fronzoli, l’immensa scelta di fronte alla quale mi trovo adesso mi lascia quasi disorientato.
Oltretutto, solo alla fine di questo mio secondo viaggio in Norvegia, scopro che i nostri amici nordici hanno elaborato una sorta di Nutella wannabe: la Nugatti.
La consistenza marcatamente granulosa è un chiaro omaggio ai dentifrici sbiancanti con perlite. Non mi stupirei di trovare la Nugatti anche in farmacia.
Alla luce di queste considerazioni, mi rendo conto che sia superfluo ma, a fine colazione, scelgo ugualmente di salire in camera per lavare i denti, prima di uscire.

Un quarto d’ora di camminata in salita e sotto la pioggia ed, infine, eccomi al Borderland Museum che, in numerosi ambienti ripartiti su due piani, ripercorre la storia e lo sviluppo della città di Kirkenes e della regione del Finnmark, il cappello della Scandinavia, estesa — e storicamente contesa — tra la Norvegia, la Russia e la Finlandia.
Nel corpo centrale dell’edificio si ripercorrono gli accadimenti cittadini durante la Seconda Guerra Mondiale. Impossibile non notare l’aereo militare sovietico Ilyushin, perfettamente conservato, al centro della struttura.
Infine, un’estesa area dedicata alla cultura Sami, con appunti, oggetti tradizionali e fotografie. Interessante la collezione Savio, che comprende le opere di John Andreas Savio, artista di origine Sami.

Soddisfatto, faccio due passi in città, mentre il cielo sembra mostrare un po’ di clemenza, in un’area in cui il clima è decisamente più ostile rispetto alla costa atlantica della Norvegia, beneficiaria in maggior misura degli influssi caldi della corrente del Golfo.
Quando ormai sembra che questo viaggio non possa riservarmi altre sorprese, scopro che, qui a Kirkenes, si trova la China Town più a Nord del mondo e che io, in questo preciso momento, la sto percorrendo.
Un’ultima chicca di questa cittadina, un piccolo scrigno colmo di storia e cultura.

A Kirkenes mi imbatto nella China Town più a settentrione del mondo 🇨🇳

Torno in hotel, appagato dall’esperienza fatta oggi. Un’altra dormita in sauna per celebrare questa giornata, con conseguente sospetto che si tratti di un principio di narcolessia.
La mattina successiva, una bella fetta di pane e Nugatti e son pronto per il rientro a casa, nel caldo agosto di Roma, con in tasca la risposta ad una vecchia domanda: ma cosa farà la gente che finisce lassù?

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

• per raggiungere Kirkenes via mare, con il postale dei fiordi, si può salire a Tromsø, tappa precedente.
La distanza tra le due città si copre con circa un giorno e mezzo di navigazione (due notti), passando per Honningsvåg.
Occorre sapere, però, che questa opzione è estremamente cara per chi viaggia in solitaria: io ho pagato 478 € per il solo pernotto in cabina interna e prima colazione, che sarebbero saliti a 640 € per la pensione completa.
La tariffa per il pernotto con colazione mostrata sul sito, infatti, è per cabina (quindi, per due persone). Volendo, si può provare a chiedere un piccolo adeguamento — senza garanzia di successo — al gentile e rapido staff che si occupa delle prenotazioni: book [at] hurtigruten.com (sostituire at con @).
Ecco il link al sito ufficiale e allo speciale dedicato su Visit Norway, facendo click qui.

• diversi voli giornalieri collegano l’aeroporto di Oslo-Gardermoen e quello di Kirkenes, operati da SAS e Norwegian.
L’aeroporto è servito anche dalla compagnia aerea regionale Widerøe, che collega gli aeroporti del nord della Norvegia con aerei di più piccola dimensione.
Proprio per questo, prima di prenotare, è meglio sincerarsi del sovrapprezzo — talvolta molto salato — richiesto per il bagaglio da imbarco, non incluso nella tariffa standard.

• un’ulteriore opzione, per automobilisti e motociclisti, è la strada E6, che ha come estremi Oslo a Sud e Kirkenes a Nord.

• consiglio assolutamente — per posizione, pulizia e qualità del servizio e del personale — lo Scandic Hotel (sito ufficiale). Prenotando il giorno prima del mio arrivo, ho pagato 244 € per due notti.
Lo Scandic ha anche un buon ristorante interno, dove ho avuto modo di cenare. Se possibile, meglio riservare un tavolo con qualche ora d’anticipo, anziché presentarsi senza prenotazione.

• l’ottimo ristorante specializzato in pesce crudo dove sono stato è il Salt Restaurant & Bar (sito Internet).
Prezzi giusti, ingredienti di qualità, ambiente molto curato e servizio eccellente.

Borderland Museum, Kirkenes 🇳🇴
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Zip line, colibrì e ponti sospesi a Monteverde, Costa Rica. Come trasformarsi in Superman e Tarzan

Il ragazzo di fronte a me — forse appena maggiorenne, apparentemente un po’ insicuro — inizia a strattonarmi.
Mi afferra per una bretella ed inizia a scuotermi. Poi fa lo stesso con l’altra, in cerca di conferme.
Lo sovrasto di una ventina di centimetri e, squadrandolo per bene dall’alto verso il basso, comincio anch’io a cercare di diradare le mie perplessità.
Mi shakera ancora e, a quel punto, il suo sguardo si fa più sicuro — se sia per via dell’incoscienza o di una reale competenza, stento a capirlo.
“¿Estás seguro?”, lo fisso negli occhi e gli chiedo con fermezza.
Seguro, don’t worry Superman”, e mi dà una confortante pacca sulla spalla.
Nel mentre, il collega, sulla quarantina e dalle movenze decisamente più sicure e spedite, ha già impacchettato tre o quattro ospiti del parco.
Lascia i successivi in attesa per trenta secondi, giusto il tempo di raggiungermi, dare una stretta alle fibbie del mio gilet salvavita all’ultima moda e comunicare un micro-feedback di poche incomprensibili parole al mio giovane amico.
Tante volte, per infonder sicurezza in un tirocinante un po’ titubante, si suol dire “non salviamo vite umane” o, ancor più calzante, “tranquillo, se sbagli non muore nessuno”.
Non è questo il caso.

Sono arrivato a Monteverde il giorno prima, nel primo pomeriggio, partendo in mattinata dal Vulcano Arenal.
È uno spostamento abbastanza tipico per chi viaggia nel nord del Costa Rica, un paese in cui è meglio abbandonare l’abitudine di misurare le distanze in chilometri, optando piuttosto per ore e minuti e, quindi, sacrificando le convenzioni scientifiche sull’altare della praticità.
In un semplice ma efficace esempio: i 25 km che in linea d’aria separano le due località corrispondono a 120 km di strada che, a loro volta, possono esser percorsi in circa 3 ore e mezza — quattro ore, se si inserisce una rigenerante pausa caffè (che qui è eccezionale) con vista sulla giungla.
La mia Daihatsu Bego 4×4 a noleggio — onnipresente da queste parti, un vero must per i viaggiatori on the road in Costa Rica — se l’è cavata bene, ad ogni modo.

Un bello scorcio nella strada che, dal Vulcano Arenal, conduce a Monteverde 🌳🇨🇷


Vengo accolto da Sofía che, assieme al marito e alla famiglia, gestisce i bungalow del complesso Cabañas Bosques de Paz, poi rinominato come Hotel Flor de Bromelia.
Mi indica un parcheggio e, portando avanti le classiche procedure per il check-in, mi parla un po’ delle attività caratteristiche di Monteverde.
«Allora Daniele, potrebbero senz’altro piacerti le visite alle piantagioni di canna da zucchero, di caffè e di cacao. Nei tour, mostrano tutto il processo, dalla coltivazione fino al prodotto finito».
«Perfetto, voglio visitarle, senz’altro».
«Ottimo. In giornata, pensa a quando ti va di andare, così faccio un colpo di telefono a Don Juan — una rinomata azienda del luogo — e ti organizzo il tutto».
«Bene, grazie! E invece, cosa mi sai dire dei canopy tour? So che ce ne sono molti qui. Vorrei assolutamente provare una zip line». In sostanza, le sto dicendo che vorrei provar l’ebrezza di restare appeso ad un moschettone, due o trecento metri a strapiombo sulla giungla, passando da un albero all’altro mentre indosso un’imbracatura di sicurezza.
«Sì, è vero, ce ne sono parecchie. Il migliore è il Selvatura Park. Hanno un percorso con 15 piattaforme. Puoi anche fare il superman».
«Il superman?».
«Sì, te lo spiegheranno quando sarai arrivato. Quando vuoi andare?».
«Domani».

Uno dei cebi cappuccini residenti
nel complesso ricettivo 🐒🇨🇷

Mi sveglio la mattina successiva intorno alle 5:30.
Inizia a vedersi un po’ di luce crepuscolare. Mi giro nel letto che, al posto della testiera, ha una spettacolare vetrata che dà sulla giungla.
Sono stato fortunato: il mio lodge, ad un centinaio di metri dalla reception, è il migliore di tutto il complesso.
Ancora assonnato, mi alzo e vado verso l’angolo cucina. Aziono la macchina per il caffè, per poi sorseggiare con calma la mia tazzona di black coffee, aspettando le prime luci dell’alba che non tardano ad arrivare.
È uno degli attimi di più profonda serenità che abbia mai vissuto, in perfetto contrasto con il programma della mattinata che, tra poche ore, mi vedrà impegnato in attività ben più adrenaliniche.
Mi godo il momento e, una mezz’oretta dopo, sono al tavolo della colazione nel patio, in compagnia dell’amichevole famiglia di ticos — come benevolmente sono soliti definirsi i costaricensi — che mi ospita. Graditi intrusi, una dozzina di cebi cappuccini che mi osservano curiosi dai rami degli alti alberi circostanti.

«Vivono qui da anni. Sono un gruppo di circa 25 scimmiette. Ho dato un nome a ciascuna di loro», mi dice il sorridente e vispo abuelito, il nonno.
«E se li ricorda tutti?», domando interessato.
Mi fa di sì con un cenno del capo, tutto fiero e soddisfatto.
Resterei volentieri a far due chiacchiere, ma il pulmino del Selvatura Park sarà qui tra 15 minuti.
Finisco rapidamente ciò che rimane della mia colazione, a base di frutta deliziosa, pancakes e, naturalmente, caffè.
Giusto il tempo di tornare in camera, lavare i denti e prendere zaino e K-Way.
Sono pronto.

«È la prima volta che fai la zipline? Di dove sei?», mi domanda con voce squillante e a ritmo sostenuto la mia vicina di posto, 30 secondi dopo la partenza dalla reception.
«Sì, è la prima volta. È una di quelle attività che ho inserito nella lista delle cose da fare in questo viaggio, quando sono partito da Roma. Sono Daniele, e tu?».
«Io sono Xus, e lui è Nando. Siamo di Benidorm, vicino ad Alicante, in Spagna», e nel mentre sbuca un ragazzo mio coetaneo alle sue spalle, sorridente e con il viso ancora assonnato.
Iniziamo a chiacchierare mentre, in una ventina di minuti, siamo all’ingresso del parco.
La giornata è piuttosto nuvolosa, con il cielo che non promette nulla di buono.
«Hai sentito che qui possiamo fare il superman?», mi chiede entusiasta Nando.
«Sì, anche se non ho ben capito cosa sia…». A questo punto, inizio ad esser curioso.
Entriamo nella hall. È abbastanza affollata, nonostante siano solo le 8 del mattino, ma la fila scorre e non ci sono schiamazzi eccessivi, salvo qualche bambino emozionato all’idea della giornata che è in procinto di iniziare.
Arriva il mio turno in cassa ed opto per un abbondante pacchetto: butterfly garden, ponti sospesi, zipline — o canopy tour, come preferite — e, chiaramente, l’ormai celeberrimo superman.
Quest’ultimo per soli 10 dollari in più, in aggiunta ai 100 — dollaro più, dollaro meno — che gli sto lasciando.
La cassiera mi invita ad iniziare con giardini e ponti sospesi, per poi tornare all’entrata un paio d’ore dopo per affrontare il canopy.

Giro attorno all’edificio e mi immergo nella natura.
Ogni tanto, cade qualche goccia dal cielo, ma il tempo sta reggendo, almeno per ora.
Faccio due passi lungo un sentiero e, pochi metri dopo, mi ritrovo di fronte ad un cancelletto che recita “Butterfly garden”, il giardino delle farfalle.
In effetti, qui in Costa Rica ne ho viste di enormi e coloratissime, e non è raro che alcuni caffè lungo le strade a lunga percorrenza abbiano un giardino sul retro a loro dedicato, con accesso libero per i viaggiatori.
In realtà, di farfalle — magari, complici le condizioni meteorologiche, non so — ne vedo ben poche.
A catturare la mia attenzione sono, invece, dei ronzii. Sembrano quasi dei mosconi, ma il rumore è meno costante, quasi intermittente. Un istante sembra scemare, per poi riprendere in maniera improvvisa.
Appese ad alcune strutture metalliche, noto delle boccette a forma di lampadina piene d’acqua leggermente ambrata, con alla base dei piccoli fori contornati da alcuni petali gialli stilizzati.
Passano pochi secondi, il rumore si fa più intenso e, finalmente, ecco i responsabili: un colibrì, un altro, e poi un terzo si accalcano attorno ai contenitori per dissetarsi. In pochi secondi, sono circondato.
L’impressione è quella di avere a che fare con degli uccelli psicopatici. Bellissimi, ma pazzi.
Si muovono in linea retta percorrendo un metro o due; interrompono il volo, restando in aria nello stesso punto giusto per qualche decimo di secondo, pronti a cambiar direzione.
Se si è pazienti e fortunati, si riesce a far qualche foto nitida, così da catturare il loro brillante — e fluorescente, aggiungerei — piumaggio.
Inutile, senza un’attrezzatura fotografica più che valida, illudersi e sperare di immortalare il momento perfetto: il movimento delle loro ali è troppo rapido, raggiungendo senza troppi affanni i 90 battiti al secondo.
Mi accontento di qualche foto-ricordo e riprendo in modalità video qualche frammento di questo bel momento, per poi metter via il telefono. Dedico particolare attenzione al mio preferito tra tutti, un colibrì nero corvino con dei dettagli di un marcato azzurro iridescente sul capo.

VIDEO — I colibrì dell’Hummingbird Garden, nel Selvatura Park di Monteverde 🦜🇨🇷


Il livello di adrenalina sale quando passo ai ponti sospesi.
Sì, sono realmente sospesi; no, non sono in corda e legno, bensì in metallo.
Sono 8 in tutto, per una lunghezza totale di poco più di 3 chilometri, alternati sapientemente da sentieri nella giungla.
Il ponte più elevato si trova a 170 metri di altezza rispetto alla natura sottostante, ma a contribuire in massima misura alla sensazione di vuoto è il solo metro e mezzo di larghezza della pedana alla base.
Il codice di comportamento impone di non correre, non saltare e non oscillare — specificazione necessaria, essendo la mamma dei cretini sempre incinta.

Facendo due passi tra i ponti sospesi del Selvatura Park di Monteverde 🌉🌳🇨🇷


La sensazione in questo bel percorso è di massima tranquillità. Un contatto con la natura che merita di esser vissuto, mentre il grosso dei visitatori è alle prese con cavi e moschettoni della zipline.
D’altra parte, inutile negare che il canopy sia l’attrazione principale del parco e, più in generale, di tutta Monteverde. Un po’ a malincuore, ma con la voglia di saltare da un albero all’altro, mi reco verso l’entrata.

«Allarga le gambe», «Alza la gamba destra», «Ok, ora la sinistra».
L’addetto mi sta preparando, aggiustando l’imbracatura che cinge aderente i miei fianchi e le mie cosce.
«Abbassati un po’», e mi incorona con un elmetto arancione traforato.
«Avevi richiesto la videocamera da mettere sul casco?», mi domanda.
«No, ho la mia GoPro, ma grazie».
«Avevi richiesto il superman?».
«Sì sì, assolutamente sì!», e gli allungo il ticket consegnatomi in cassa e custodito a costo della vita tra ponti sospesi e colibrì.
«Mi dispiace, però non ho l’attrezzatura per il superman, in questo momento», e me lo dice come se fosse una semplice pratica respinta, anziché un tassello fondamentale per erigere il mio viaggio in Costa Rica allo status di trasferta leggendaria.
«Come no?!», chiedo in maniera gentile — il ragazzo sta lavorando e, comunque, non è colpa sua — ma con evidente dispiacere.
«No, ma non ti preoccupare: basta che tieni il talloncino e, andando in cassa, ti restituiscono i 10 dollari…», prova a confortarmi.
«Ti prego, non è per i 10 dollari. Non posso non fare il superman. È fondamentale… — fino a due ore prima non sapevo neanche cosa fosse — Ma poi, in che senso non hai l’attrezzatura?».
«Per fare il superman, serve un’imbracatura a parte. Facciamo una cosa: aspetta qui con me per qualche minuto, mentre preparo gli altri clienti. Magari, nel frattempo torna qualche persona e mi riporta l’attrezzatura».
Divento istantaneamente pluri-religioso, per massimizzare le speranze che qualcuno ascolti le mie preghiere. E vengo ascoltato, trattandosi di un piano semplice ma perfetto.
Poco dopo, il ragazzo mi sorride soddisfatto e mi carica sulle spalle un inguardabile zaino viola — pieno di ferraglia, a giudicar dal suono — che peserà una decina di chili.
Me ne vado soddisfatto ed inizio il canopy tour.

Canopy tour — Dietro le quinte 👷🏽‍♂️🇨🇷


Gli istruttori raccolgono un gruppo di circa venti persone e, una volta raggiunto il silenzio, il più esperto di loro inizia a spiegarci come spostarci tra un albero e l’altro.
Ingenuamente, pensavo fosse sufficiente attaccare il moschettone al cavo metallico che unisce ogni piattaforma alla successiva, aspettando che il collaudato mix di pendenza e gravità si occupasse del resto.
Invece no. Per esempio, una volta in sospeso, è fondamentale descrivere un cerchio attorno al cavo d’acciaio unendo pollice ed indice, altrimenti si finisce per avvitarsi su se stessi, rotando vorticosamente fino all’arrivo alla piattaforma successiva — indicazione che spiega la motivazione degli imbottiti guanti in materiale tecnico e spessa pelle scamosciata che fanno parte dell’outfit odierno.
Al tempo stesso, è anche necessario che, rispetto al senso di marcia, le dita siano dietro al moschettone, e non davanti — se non fosse già ovvio di suo, il gancio finirebbe per tranciare la mano, in caso contrario. Un’esperienza non idilliaca, immagino.
Altre due dritte dal nostro esperto, qualche ultimo avvertimento, un paio di tentativi su qualche cavo di breve lunghezza e sono pronto.
Inizia a piovere, ma nella fitta vegetazione non ci faccio neanche troppo caso.


Il tour procede in maniera incalzante, ed ogni nuovo step regala più adrenalina rispetto al precedente: maggiore inclinazione, maggior lunghezza, maggiore altezza.
Il tutto per 3 chilometri e mezzo di cavi.
Arrivati ormai verso la fine, camminando in fila indiana, ogni componente del gruppo si trova di fronte ad un cartello posto nel mezzo di un bivio: Tarzan o non Tarzan?
Di fronte a questo dubbio amletico di shakespeariana matrice, capisco che qualcosa mi sfugge — di nuovo.
Cerco con lo sguardo uno degli istruttori. Lo trovo e chiedo una rapida delucidazione, mentre tre quarti del team si recano verso il sentiero non Tarzan.
Chi sceglie di fare il Tarzan, deve per prima cosa salire una scala metallica, indispensabile per raggiungere la sommità di una piattaforma alta 30 metri. Un palazzo di otto o nove piani, insomma.
Da lì, mentre il resto del gruppo osserva con sadismo dal basso, un istruttore aggancia il moschettone — e, quindi, l’imbracatura — ad un gancio posto all’estremità di una corda, legata a sua volta ad un supporto distanziato dalla piattaforma.
Ci sono tutti gli ingredienti necessari per andare in scena con un esperimento sul moto del pendolo.
La pressione sociale aiuta a sconfiggere le titubanze che emergono in quegli interminabili secondi d’attesa, durante i quali ci si chiede se ci sia la vita dopo la morte, mentre si procede con la ricerca incessante di qualche pozza di sangue ormai asciutta sul terreno sottostante.
Attendo il mio turno. Il moschettone è ormai agganciato. Guardo l’istruttore, aspettando il suo ok.
Mi butto, e per il primo secondo non sento nulla, se non la sensazione del vuoto totale in cui mi trovo. A quel punto, la corda, via via più tesa, raggiunge la massima estensione e mi coinvolge in un andamento oscillatorio che mi travolge. Tarzan e la liana, per l’appunto.
Mi allontano dalla piattaforma e poi torno indietro; riprendo a distanziarmi e, ancora, mi riavvicino.
Resterei così per ore, mentre poco a poco la velocità si riduce, e così anche l’effetto adrenalinico di questo momento. Inizio a trascorrere più tempo in prossimità del suolo.
L’istruttore colpisce le mie gambe a mani aperte all’altezza delle tibie, così da rallentarmi, bloccarmi, liberarmi dalla liana e procedere con la prossima vittima.

A questo punto, dopo un paio di altre piattaforme, ecco l’ormai celeberrimo superman.
Nuovamente, si tratta di un cavo in acciaio, ma stavolta della lunghezza record di un chilometro.
Il ragazzo mi chiede di passargli lo zaino ed io eseguo.
Lo apre e tira fuori una sorta di telo sintetico rettangolare, con il quale rivestirmi in stile fagotto.
Lega le cinghie, sistema il moschettone ormai alle mie spalle e, dopo un check dell’istruttore, sono pronto. Salgo sulla piattaforma, mi sdraio a pancia in giù e, a questo punto, oscillo a venti centimetri dal pavimento.
L’istruttore mi afferra, mi porta indietro per prendere una breve rincorsa e, poi, mi lascia andare.
Guardo in avanti ed inizio a sentire il vento sulle mie guance, in pieno stile Superman, mentre la velocità aumenta sensibilmente e con essa il sibilo generato dal moschettone che corre lungo il cavo.
Abbasso il capo e sono a faccia in giù, con gli alberi che appaiono sempre più piccoli, mentre ormai dovrei essere a circa duecento metri d’altezza rispetto al suolo.
Per un istante, penso che la mia vita è appesa ad un mucchietto di legacci, fibbie, ganci e cuciture, in questo momento.
Non me ne preoccupo più di tanto e, nei mille metri che separano le due piattaforme, ho tutto il tempo di godermi l’ennesimo assaggio di pura vida.

Il video del superman, ripreso con la mia GoPro 🦸🏽‍♂️🇨🇷

Classificazione: 1 su 5.

Note per il viaggiatore:

  • il nome della struttura ricettiva è Hotel Flor de Bromelia, del quale riporto il sito Internet
  • il parco in cui ho svolto il canopy tour, che consiglio fortemente, è il Selvatura Park, che potrete trovare facendo click qui
  • l’abbigliamento consigliato per un canopy tour è quello da escursione, con pantalone lungo e comodo, scarpe da trekking e classico K-Way, preziosissimo in caso di pioggia
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Dormire in un capsule hotel a Tokyo. Lost in translation, capitolo secondo

«Da’, qui dell’hotel non c’è traccia», mi segnala Fabrizio, il mio più caro amico e compagno nell’avventura nipponica.
L’approdo al Capsule and Sauna Oriental — questo il nome della struttura — non sta andando per il meglio. Quando sono in viaggio, non mi dispiaccio poi molto se le cose non procedono esattamente come le avevo pianificate, d’altra parte.
Tokyo è una città enorme e la scelta di percorrerla a piedi, sotto il sole di agosto, con il backpack da sessanta litri sulle spalle ed il classico zaino per gli spostamenti giornalieri sul petto, si è rivelata intrigante solo a posteriori.
L’umidità, che in agosto può addirittura superare il 90%, non rende la camminata più semplice.

Siamo atterrati all’aeroporto di Haneda in tarda serata e, passata la prima notte a dormire sul freddo pavimento dell’info point del mercato del pesce di Tsukiji per poter assistere all’asta dei tonni delle 5:25, la stanchezza ed il sonno iniziano a montare in maniera prepotente.
Iniziamo a maledire ogni singolo passo che ci separa dall’hotel.
Le premesse erano differenti. Ueno è una zona molto conosciuta della città ed è semplice da raggiungere, grazie anche alla stazione ferroviaria e agli importanti punti di riferimento presenti nel quartiere (Ueno Park e lo zoo, il Museo Nazionale di Tokyo, il Museo dell’Arte Occidentale, e via discorrendo). È sicura, relativamente economica e ben collegata. Una buona base strategica per trascorrere qualche giorno dedicandosi alla scoperta della capitale, se si accetta l’idea di non trovarsi al centro della città.

Facciamo due passi al Parco di Ueno, mentre cerchiamo il capsule hotel 🌸🇯🇵

Qualche ora di giri a vuoto alla ricerca dell’hotel e, in uno slancio di problem solving, decidiamo di cambiare strategia ed affidarci alle immagini, avendo maturato la convinzione che la struttura debba esser nei dintorni.
Privi di connessione ad Internet, apriamo il .pdf con la prenotazione su Booking.com e ci mettiamo alla ricerca di una foto in miniatura che ritragga la facciata del palazzo, trovandola rapidamente.
Dopo tanto camminare, la buona notizia è che non siamo impazziti: l’hotel ha cambiato nome.
Ora si chiama Ueno Station Hostel Oriental III — molto meglio rispetto a Capsule and Sauna Oriental, che suonava un pochino più cheap, anche se il prezzo di questa scelta l’hanno pagato le nostre gambe.

Entriamo e, oltrepassato l’uscio, la perplessità regna sovrana: a pian terreno non c’è nulla. Vuoto, niente. Il pavimento e le pareti. Giusto un ascensore sulla destra. Smettiamo di porci domande, leggiamo — leggiamo… — delle scritte in giapponese e, infine, spingiamo un tasto a caso, affidandoci alla buona sorte.
Miracolosamente, dopo due o tre piani, le porte si aprono e ci troviamo a qualche metro dalla reception.
Dopo tre o quattro passi, il pavimento lucido cede il passo alla moquette e, al contempo, noi rischiamo la pena capitale: quella linea di demarcazione segna il punto in cui, con le scarpe, non si può più camminare.
Ignari e costernati, ci scusiamo nel migliore dei modi con il responsabile di turno, un signore bassino sulla cinquantina, che ci concede il suo perdono e ci mostra gli armadietti per le scarpe, ben ordinati in una stretta stanza laterale.
Veniamo guidati — rigorosamente scalzi — al desk.

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«Non si sale con le scarpe sulla moquette».
Io inizio a sentirmi un avanzo di galera.
«Quando si esce dall’ascensore, si tolgono le scarpe, che vanno nell’armadietto insieme agli oggetti di valore. Quando si esce dall’hotel, si prendono le scarpe, si oltrepassa la moquette e, solo a quel punto, si infilano».
Facciamo di sì con la testa, indossando l’espressione più convincente a nostra disposizione.
«Gli zaini e le valigie rimangono sul pavimento all’entrata».
«Sul pavimento all’entrata?».
«Sì».
«Ma nessuno tocca nulla?»
«No, e comunque c’è sempre qualcuno alla reception»
Smettiamo di domandarci come faccia il dipendente di turno al desk ad associare una faccia forse mai vista ad un bagaglio e ci affidiamo alla buona sorte, di nuovo.
Abbozzo un sorriso ed annuisco, tanto non mi sembra ci sia margine di trattativa e, soprattutto, non mi piace imporre le mie regole in casa altrui.
«Bene. Ora dovete spogliarvi».
Stiamo capendo sempre meno. Il signore ha un inglese stentato ed infarcito di “r”. Senz’altro abbiamo frainteso e, quindi, gli domandiamo con cortesia di ripetere.
«Non si gira nell’hotel con i vestiti».
Cerco invano con lo sguardo le telecamere nei dintorni, come conferma definitiva che si tratti di una candid camera.
«Mi scusi, ma dobbiamo girare nudi nell’hotel?», domando.
Il signore inizia a ridere a perdifiato. Ride così tanto da sentir la necessità impellente di chiamare una collega, in una stanza che riusciamo solo ad intravedere, per condividere con lei i nostri dubbi. La reazione di lei è identica, forse anche più contagiosa. Non capiamo, quindi ridiamo anche noi.
Il receptionist si ricompone, ci dà un sincero e divertito benvenuto nella struttura e, smarcate le pratiche iniziali per il check-in, infila un braccialetto color salmone in gomma con una chiave dell’armadietto personale ai nostri polsi sinistri, per poi affidarci alla collega.

La signora, apparentemente sulla sessantina ma senza un singolo capello bianco, ci chiede con un composto entusiasmo di seguirla. Per prima cosa, risolve il dubbio che ancora ci attanaglia: no, non dobbiamo girare nudi nell’albergo.
Tiriamo un sospiro di sollievo e, contestualmente, le sue mani si avvicinano ad un armadio privo di ante, dal quale estrae uno yukata color sabbia a testa.
Lo yukata è una sorta di kimono informale di cotone leggero, storicamente utilizzato dopo il bagno.
Possiamo cambiarci ogni volta che desideriamo, semplicemente mettendo lo yukata usato in un cesto e prendendone uno pulito dall’armadio.
Inizio a calarmi nel contesto nipponico. Ho iniziato a dedicarmi alle arti marziali all’età di dieci anni e sento qualsiasi cosa che abbia le sembianze di un karategi come una seconda pelle.
Nel mentre, si unisce a noi un viaggiatore francese sui trentacinque, capelli biondi lunghi fino alle scapole.
La signora dà il via al nostro tour guidato.

L’area relax, all’ultimo piano del capsule hotel, con l’immancabile distributore automatico 🛋

Al piano, lasciandoci alle spalle la reception, riconosciamo immediatamente una delle poche parole giapponesi presenti nel nostro vocabolario: onsen, la classica stazione termale giapponese, in questo caso aperta 24 ore su 24, ogni giorno.
Dalla parte opposta, sedie e specchi, asciugacapelli e lozioni di ogni genere.
Saliamo le scale e la nostra guida ci mostra i due piani, identici, dove si trovano le capsule, indicandoci le nostre, adiacenti. Ogni blocco è composto da due livelli di capsule, disposte le une sulle altre in file da sei unità.
I bagni in comune, puliti impeccabilmente, sono a qualche metro di distanza.
Procediamo verso l’ultimo piano del palazzo, dove troviamo un’ampia sala relax, piena di chaise longue e poltrone massaggianti. Immancabile, poi, un distributore automatico di cibo e bevande, onnipresente nel paese del sol levante.
Prima di lasciarci, la nostra guida ci ricorda che è necessario indossare lo yukata, quando si gira in hotel.

Facciamo un giro per Ueno, perdendoci tra i negozi della zona mentre siamo alla ricerca di un posto dove cenare.
Torniamo in hotel intorno alle 22 e, poco dopo, siamo pronti per entrare nelle rispettive capsule.
Individuo la mia, al livello superiore. Salgo sulla scaletta laterale, sposto la tendina — non ci sono porte né chiavi per entrare — e sono dentro.

L’interno della capsula, con TV e plancia sul lato destro 📻

La sensazione non è opprimente: il materasso è sottile, e riesco a star seduto a gambe incrociate senza sbatter la testa sul soffitto. C’è un deciso e piacevole odore di pulito ed il giallo tenue e un po’ datato delle pareti ha un effetto rilassante. Sulla destra, in alto, c’è una piccola TV. Più in basso, accanto a me, trovo una plancia in plastica fornita di telecomando, radiosveglia, prese elettriche e pulsanti vari, con delle esaustive quanto utili informazioni in giapponese.
Tempo di mettere il telefono in carica e sono pronto per dormire.

La prima notte, vestito rigorosamente in yukata, nella capsula 🇯🇵

Il risveglio mi lascia perplesso. Sento la tendina scorrere e mi sveglio immediatamente. Ai miei piedi, due signori giapponesi sorridenti e dallo sguardo gentile.
Ricambio il sorriso, senza farmi domande, e torno a dedicarmi al cuscino.
Passano pochi secondi e percepisco che, nuovamente, non sono solo, complici anche le domande in lingua locale postemi da quelli che ormai sembrano diventati i miei due coinquilini.
Mi sorridono, ricambio e continuo a guardarli, vagamente a disagio e senza dir nulla. Sento che potrei esser scritturato per il sequel di “Lost in translation”, in questo momento.
«Dani, è lo staff dell’albergo. Abbiamo sbagliato capsule».
«No Fabri, questa è la mia capsula, sono sicuro».
«Non è che abbiamo sbagliato capsula, abbiamo proprio sbagliato il piano. Dobbiamo salire le scale».
Provo a scusarmi. Abbraccio tristemente le lenzuola, il cuscino ed i miei effetti personali mentre esco dalla capsula, trascinandomi poi verso le scale, scortato dallo staff che cerca invano di farsi restituire la biancheria da letto, spiegandomi che avrei trovato tutto l’occorrente nella nuova — e corretta — sistemazione.
Non so che ore siano, ma sono pronto per dormire, finalmente.

Classificazione: 1 su 5.

NOTE PRATICHE PER IL VIAGGIATORE (aggiornato al 13 maggio 2020):

  • il nome attuale dell’hotel è Ueno Station Hostel Oriental III. Lo raccomando decisamente, tenendo in considerazione la pulizia, la gentilezza dello staff, i servizi offerti e la posizione.
  • il prezzo dell’hotel per notte è di circa 20 € ed include l’accesso 24/7 all’onsen e tutti i prodotti da bagno.
  • questo capsule hotel, attualmente, è segnalato come “Men only”.
  • la distanza dal principale punto di riferimento della zona, Ueno Park, è di circa 700 metri.

Iniziamo col piede giusto

Do vita a ViaggioScomodo con questo post o — più calzante rispetto al tema — con la prima di tante tappe da percorrere.
Dopo un’intensa attività social, principalmente sul mio profilo Instagram, il progetto di un blog rappresenta un successivo — e più impegnativo — passo nella mia vita da viaggiatore.
L’intento, d’altra parte, non cambia: condividere avventure ed aneddoti con appassionati e curiosi, mettendo al contempo a sistema le ormai tante esperienze maturate.

Playa Conchal, Costa Rica 🇨🇷

L’obiettivo non è quello di stilare, per ogni singolo metro percorso fuori casa, una mappa dettagliata delle vie percorse, un report delle spese per ciascuna attività o una nota accurata con tutti i locali da visitare e da evitare.
GPS, home banking, Lonely Planet e Tripadvisor la sanno molto più lunga di me in materia.
Mi impegnerò, piuttosto, ad includere episodi e riflessioni nella trama delle esperienze di viaggio condivise, offrendo il mio punto di vista senza alcuna pretesa d’esaustività.

Ogni lettore sarà ben accetto, così come ogni spunto e considerazione raccolti nei commenti ai post.

Buon viaggio e a presto,

Daniele

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